Ristori, rifornimenti e volontari. Anche questo è running

Foto Grazioli
Di: Maria Comotti

Che tu corra la distanza regina o la più informale delle tapasciate, loro rappresentano l’oasi nel deserto, il faro nella notte, il porto nella tempesta:
sono i ristori. Perché scandiscono il rosario dei chilometri, perché un bicchiere d’acqua o una fettina d’arancia in alcuni momenti possono davvero fare la differenza per non mollare, perché il sorriso o la parola giusta di un volontario a volte fanno ripartire di slancio.

Già, dipende da chi ti capita a dispensare prelibatezze ai ristori, comunque è vero che noi runner siamo peggio delle cavallette, però, vi prego, le bottigliette d’acqua apritele, perché con le mani sudate e impiastricciate di gel è un’impresa titanica… e il prossimo che ridendo mi dice: «Faccia con calma, e corra piano soprattutto» lo spedisco a svuotare il secchio degli spugnaggi, dove si concentrano di solito i più buontemponi di tutti. Quelli convinti che a chi corre nelle retrovie deve per forza fare piacere l’innaffiata con la canna dell’acqua o la spruzzata tipo gavettone, quelli dalla battuta facile che rischiano grosso, perché un runner allo stremo delle forze può trasformarsi in un bufalo imbizzarrito nel giro di un bip del Garmin, sappiatelo.

Chi vorrei abbracciare ogni volta, invece, è il volontario modello mamma accogliente, che ti guarda con occhi pieni di comprensione, che ti darebbe una crostata intera e un thermos di tè per farti passare la fatica, che sa trovare la frase giusta per sdrammatizzare, se necessario, senza mai minimizzare e che ti ricordi anche se sei obnubilato dai chilometri fatti e ancora da fare.

E poi ci sono i ristori non ufficiali, quelli che ti fanno venire la lacrimuccia solo a vederli da lontano. Spopolano soprattutto all’estero, e di solito sono le “minoranze” a gestirli: vecchi e bambini, per intendersi. Per quanto mi riguarda, visto lo stomaco debole che mi ritrovo in gara, accettare anche solo una briciola delle cose che ho visto proporre (dalle caramelle frizzanti alle merendine ultra farcite, dal salame alla birretta ghiacciata) significherebbe morte certa, ma la carica che ti danno, con i banchetti improvvisati fuori dalle case e con i sorrisi fieri da “sto facendo anche io qualche cosa per la gara”, è impagabile.

Comunque mai dimenticherò il ristoro più chic del mondo, avvistato, manco a dirlo, a Montecarlo: davanti a me, sul bordo della strada, un signore molto distinto, con abito scuro, un asciugamano di spugna bianco ripiegato con cura su un braccio e una bottiglietta in mano. «Bonne continuation, madame» è stato il suo commento, discreto, nel porgere acqua e asciugamano a una splendida bionda che correva la mia stessa 10 km. Peccato che lei avesse il maggiordomo personale mentre io ho dovuto litigare per non avere alla fine nemmeno una goccia al ristoro “comune” (erano solo per i maratoneti). Ma si sa, la classe non è acqua.

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