Pizzo What? – Intervall training aziendale

Emil Zátopek (Foto: Giancarlo Colombo)
Di: Orlando Pizzolato

DI SOLITO CI RIFERIAMO A UN SOGGETTO INSTANCABILE INTENDENDO COLUI CHE LAVORA TANTO, SEMPRE A TESTA BASSA E SENZA PAUSE. Possiamo anche immaginare queste persone come corridori che percorrono chilometri e chilometri, anche a passo lento, ma senza fermarsi. Il mondo del lavoro guarda spesso agli atleti come a soggetti dotati di disciplina, abnegazione, determinazione e tanto spirito di sacrificio.

Per alcuni ricercatori questo modo di pensare e di agire sarebbe però un luogo comune, condizionato dal noto detto “chi si ferma è perduto”. Due studiosi americani hanno verificato che applicare il metodo dell’intervall training usato in atletica è vantaggioso anche sul lavoro, perché contribuisce ad aumentare la produttività. Nel 1930 il tecnico tedesco Woldemar Gerschler se ne uscì con un nuovo tipo di allenamento finalizzato a migliorare le prestazioni cronometriche, che si contrapponeva alle classiche sedute di corsa a ritmo continuo. Tale metodologia venne denominata intervall training perché prevedeva che si avvicendassero tratti di corsa veloce ad altri di corsa lenta. Gerschler aveva verificato che, alternando 5-6 minuti di andatura sostenuta intervallati da 2-3 minuti di corsa più lenta, nell’arco di un’ora i suoi atleti percorrevano più strada rispetto ai corridori che mantenevano a ritmo continuo una velocità sostenuta. L’intervall training è diventato così un metodo di allenamento universale, ancora ampiamente usato per innalzare il potenziale di un atleta.

Oggi esistono aziende che impostano su di esso la giornata lavorativa per aumentare la redditività dei dipendenti. Negli USA una ricerca ha anche stabilito quali siano i tempi ideali per i di erenti ambiti professionali. I programmatori informatici, ad esempio, alternano 50’ di lavoro a 7’ di pausa. I carpentieri, gli elettricisti, gli idraulici, i falegnami hanno un ciclo più ampio: 70’ di lavoro per 12’ di pausa, mentre in agricoltura il ciclo idea- le è di 75’ di lavoro e 15’ di pausa. Il maggiore rendimento espresso dai dipendenti è dovuto alla minore fatica mentale e alla riduzione delle sensazioni di noia e monotonia dell’impegno professionale. Le pause aumentano la determinazione nel portare avanti il proprio lavoro perché, in quei brevi momenti, il soggetto si può distrarre. Questo approccio conferma come il metodo del multitasking (lo svolgimento di più compiti in contemporanea, ndr), usato nell’ultimo decennio dalle aziende, non sia produttivo: passare alternativamente da un’attività a un’altra sembra funzionare perché apparentemente diversifica il tipo di concentrazione, ma in realtà riduce l’attenzione, tanto che il rendimento dei soggetti risulta inferiore fino al 40% rispetto a chi si focalizza su un singolo compito.

Quando si parla di allenamenti di intervall training si cita spesso un aneddoto relativo a uno dei più grandi campioni del mezzofondo e del fondo, il ceco Emil Zátopek: si dice che in certe sedute arrivasse a correre 40 prove di 400 m, un carico davvero massiccio. Meglio non raccontarlo ai responsabili delle aziende che applicano il metodo intervallato. Credo che in tanti si licenzierebbero, o preferirebbero il lavoro continuo.

Nota: Pizzo What? – Editoriale 1.0 pubblicato su Correre n. 395, settembre 2017

Articoli Correlati

Gli allenamenti per correre forte
Acido lattico: come migliorare lo smaltimento
Maratona, i dettagli che fanno la differenza