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Pizzolato: frattura da stress, infortunio dei tempi moderni

Foto Giancarlo Colombo
Di: Orlando Pizzolato

Potrei nominare almeno venti podisti che negli ultimi mesi hanno dovuto interrompere la preparazione per un’alterazione strutturale a livello osseo, comunemente denominata come frattura da stress. Mai come in questi ultimi tempi se ne sente tanto parlare e il pensiero corre subito a individuare la causa in un carico di allenamento particolarmente pesante. Su questo non sono completamente d’accordo, anche se le forti sollecitazioni a cui sono sottoposti gli atleti possono essere, ovviamente, una tra le cause.

Non concordo su questa ipotesi perché negli anni in cui i maratoneti e i mezzofondisti italiani erano vicini all’apice delle classifiche mondiali i carichi erano ben più alti di quelli sostenuti ora dalla media dei podisti. Gelindo Bordin era arrivato a percorrere anche 320 km in una settimana e in generale la media di noi maratoneti era sempre prossima ai 220-240 km. In quel periodo, in cui la filosofia della corsa era basata sull’elevato carico di chilometri, ho avuto notizia di un solo podista che avesse accusato una frattura da stress.
Si correva inoltre con delle calzature che, se erano considerate evolute per quei tempi, messe a confronto con le attuali risultano minimaliste, per il loro modesto potere ammortizzante e il minimo controllo della stabilità. Certo, noi correvamo nei campi, sugli sterrati, in boschi e pinete, sfruttando quindi l’ammortizzamento del fondo naturale, mentre ora è sempre più difficile trovare un prato sul quale fare degli allunghi e sterrati per svolgere un lunghissimo.

È probabile quindi che il cedimento strutturale dei podisti moderni – e di qui l’aumentata incidenza della frattura da stress – dipenda anche da altre cause, forse anche da una corporatura meno forte e da un’alimentazione precaria nella sostanza.
Chi ha occasione di assistere ai giochi da campo che fanno i ragazzi di oggi si rende conto della loro ridotta abilità motoria rispetto ai pari età della generazione precedente.Non si tratta solo di capacità fisiche, ma anche dell’approccio al clima e all’ambiente esterno, con genitori iperprotettivi preoccupati che un colpo d’aria possa causare una sincope e che una puntura d’insetto possa avvelenare i loro figli. E nell’era degli integratori di ogni tipo, che aiutano anche a recuperare prima e meglio, i giovani sono sempre più vulnerabili ad alterazioni virali e pseudo-influenzali.
È vero che ciò che arriva sul piatto a ogni pasto ha valori biologici sempre meno forti e quindi il corpo assimila elementi nutritivi meno efficaci.

Non ci sono più i ragazzi di un tempo perché i tempi sono cambiati. La vita quotidiana è ben diversa rispetto a quella che si viveva una o due generazioni fa e ciò che in generale si può considerare un’evoluzione, a livello sportivo va invece considerata come un’involuzione.
Lo rilevano a fine anno anche le classifiche delle varie specialità, con medie di rendimento pari a quelle di un secolo fa, quando non si praticava sport perché non erano periodi in cui le forze e le energie potevano essere dedicate al tempo libero.

In un mondo globalizzato, ci sono però luoghi in cui le attività quotidiane dei ragazzi e il loro modo di vivere è rimasto arretrato nel tempo. In questi posti, dove l’evoluzione è ritardata, possiamo rivedere com’eravamo quando si andava a scuola a piedi, quando si giocava per strada e nei campi da calcio in erba e quando la domenica a pranzo si mangiava il pollo che il giorno prima razzolava nel cortile e che aveva persino un nome, tanto era familiare.

Indietro non si torna ed è giusto vivere al passo con i tempi, ma chissà se ciò che siamo portati a vivere è vera evoluzione. Cosa direbbe Charles Darwin se fosse un appassionato di atletica e potesse vedere le classifiche delle gare di oggi?

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