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Correre al buio – Ecco come lavora la nostra vista

Foto: 123 RF
Quando si corre in condizioni di luce scarsa, la nostra attività sensoriale lavora per ripristinare a ogni appoggio, efficienza e sicurezza. La vista, in particolare, invia al sistema nervoso centrale, per via riflessa, tante piccole informazioni che servono a correggere in continuazione l’assetto del corpo. Ce lo spiega Luca De Ponti su Correre di luglio. 

In estate aumenta il numero dei runner che sceglie di correre al mattino presto o alla sera tardi, soprattutto per sfuggire al caldo del giorno. Questa scelta, opportuna dal punto di vista termico, aggiunge però alla corsa il disagio del movimento in condizione di luce scarsa. 

In queste condizioni si trovano anche quei podisti che frequentano le gare serali, che finalmente stanno riprendendo dopo la pandemia. Qui non si tratta di correre completamente al buio (i percorsi sono, di solito, mediamente illuminati), ma di gestire l’alternarsi di zone a luce piena ad altre di illuminazione scarsa, per assenza o malfunzionamento dei lampioni, il tutto a una velocità di solito superiore a quella espressa negli allenamenti più lunghi.

Il ruolo della vista in condizione di luce scarsa

Vediamo allora di capire qual è la differenza sostanziale tra correre in condizioni di luce scarsa anziché godendo di una buona luce solare.

“È questo il grande lavoro della vista quando si corre al buio” spiega Luca De Ponti su Correre di luglio. “La vista costituisce un senso molto importante per la locomozione, in quanto ci dà i riferimenti spaziali per sfruttare al meglio il piano di appoggio del piede. Il meccanismo reattivo nei confronti del terreno risulta essere di tipo riflesso, ma il posizionamento del corpo nello spazio, e del piede in particolare, gode di riferimenti coadiuvati dall’attività visiva. La vista, in sostanza, collabora spazialmente inviando al sistema nervoso centrale, per via riflessa, tante piccole informazioni che servono a correggere in continuazione l’assetto del corpo, con lo scopo finale di economizzare la corsa e fare in modo che la traiettoria risulti più rettilinea possibile.” 

Una prova di corsa bendati

“Avete mai provato a correre bendati, anche solo per alcune decine di metri, prefissandovi un preciso punto di arrivo?”.

È questa la domanda-sfida che Luca De Ponti pone ai lettori di Correre, raccomandandosi affinché la prova venga svolta su un breve tracciato privo di ostacoli e in presenza di altri amici podisti che possano intervenire qualora il runner bendato prenda una traiettoria sbagliata.

Il medico spiega poi come utilizzare questo test, che permette al corridore di acquisire consapevolezza spaziale del proprio gesto motorio, ma anche di rilevare eventuali scompensi tra una gamba e l’altra: “Il riscontro di uno sbandamento direzionale evidente potrebbe anche essere messo in relazione a un arto più forte del controlaterale e, a questo scopo, potrebbe essere interessante sottoporsi a una prova con macchine isocinetiche per testare la forza degli arti inferiori” precisa il nostro esperto di chirurgia ortopedica.

La bravura dei runner non vedenti

Come nella maggior parte delle attività umane, anche correre al buio diventa una questione di adattamento. “È pur vero che la vista non costituisce un senso indispensabile ai fini della corsa – precisa De Ponti -: la conferma è data dalle ottime prestazioni di alcuni corridori non vedenti. I rischi, però, sono sempre in agguato, soprattutto per l’appoggio del piede. Le distorsioni alla caviglia sono l’infortunio più di frequente correlato alla corsa al buio o con poca luce, perché possono essere causate anche da piccole asperità o irregolarità delle superfici di appoggio come sassi o avvallamenti del terreno.”  

Nota: Questo testo rappresenta una sintesi del servizio “Correre al buio – Il ruolo della luce nella corsa su strada”, di Luca De Ponti, pubblicato su Correre n. 441, luglio 2021 (in edicola da inizio mese), alle pagine 44 e 46.

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