Alimentazione funzionale: elogio del cacao, non del cioccolato

Di: Sergio Meda

Quarto appuntamento congressuale, nell’ambito della Scienza della Nutrizione, proposto dalla Fondazione Paolo Sorbini, che puntualmente, ogni due o tre stagioni, aggiorna lo stato dell’arte sul sapere nutrizionale. Convegno riportato nuovamente a Milano per una doppia interessante giornata all’insegna della “Positive Nutrition”, più semplicemente “Alimentazione Funzionale”. Perché nel discorso intervengono tutti i distretti corporei, a partire dal sangue che veicola quasi tutto, seguitando con l’intestino, di cui si sa ancora troppo poco (ma rappresenta pur sempre il secondo cervello, direttamente collegato a quello pensante cui siamo eccessivamente affezionati). Si è parlato di cibo a 360 °, in realtà delle combinazioni alimentari che compaiono nella dieta degli italiani che procedono a tentoni perché non sanno quasi nulla di quanto ingeriscono, anche perché i medici che sanno di nutrizione non sono esattamente dei guru.

Molto si è parlato, nell’occasione, di nutraceutica, la scienza regina per quanto riguarda gli alimenti funzionali, cioè gli alimenti naturali che concorrono alla nostra salute, spesso perché contribuiscono alla riparazione di molti guasti che ci produciamo, inavvertitamente. Ma anche qui imperversano falsi miti o alimenti che godono di eccessiva fama, perché alla moda.

Purtroppo i mass media rincorrono ogni eccesso, aspettano la pillola magica, buona per risolvere qualsiasi necessità alimentare: la moda più recente accredita la cioccolata come costituente buono non solo per l’umore, ma efficace riparatrice di parecchi guasti, mentre il “cibo davvero amico” è il cacao, il meno possibile raffinato per non disperdere i flavonoidi contenuti nel seme. Quindi il cacao in tavolette, fondente al 70/80 per cento, autorizza un consumo controllato di 40 grammi giornalieri, in ampio bilanciamento con altri alimenti, per una nutrizione – affermazione ripetuta più volte nella due giorni – il più possibile personalizzata. Perché ognuno di noi è unico e i test genetici risolvono solo una parte dei problemi. Ovvio che le industrie alimentari tendano a massimizzare il target, per garantirsi quelli che chiamano un legittimo profitto.

Molti i discorsi di biochimica, in particolare il ruolo degli acidi grassi Omega 6 e Omega 3, i primi dannosissimi soltanto nell’ultimo mezzo secolo. La dieta degli ultimi diecimila anni della storia dell’uomo vedeva naturale bilanciamento fra i due oli, Omega 3 e Omega 6, con cui l’evoluzione ha costruito la genetica che conosciamo. Genetica alla quale, in passato, affidavamo, con fatalismo, gran parte delle colpe, mentre gli scienziati affermano oggi che l’ambiente, gli stili di vita, sono in grado di modificare le risposte dell’organismo.

Ricca partecipazione al simposio di docenti stranieri, a partire dagli statunitemsi Barry Sears, Artemis Simopoulos, Carol Johnson, Jing Kang, Gregory Paul, il britannico Asker Jeukendrup, oltre ai nostri Camillo Ricordi, un’autorità assoluta sul fronte del diabete (da trent’anni luminare a Miami, Florida), Giovanni Scapagnini, Benvenuto Cestaro, Enrico Ferrazzi, Rodolfo Tavana, Fabrizio Angelini, Luca Mondazzi, Davide Grassi, Stefano Righetti.

La terza sessione, andata in scena sabato 6 maggio, orientata per intero allo sport, in particolare alle discipline di resistenza, è stata celebrata nel ricordo di Enrico Arcelli, precursore di Correre e grande amico di chi procede muovendosi a piedi. Si è parlato di nutrizione e supplementazione, senza demonizzare alcun intervento, ma si è fatta chiarezza sulla birra, che non può essere uno sport drink anche se c’è chi la propone come ristoro al termine di un’ultramaratona. La caffeina va usata con attenzione, perché tra i difetti ha che disidrata. A proposito di liquidi, è stato sfatato che sia possibile ottenere vantaggi in gara essendo disidratati già in partenza, perché i lavori scientifici su pochi casi di questo genere non certificano alcun merito.

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