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Latte e derivati: tutto quello che c'è da sapere

14 Aprile, 2016

Circa cinquemila anni fa, quindi in periodo già di pieno sviluppo dell’agricoltura, gli Homo sapiens migrati dall’Africa al Nord Europa si trovarono a fare i conti con climi freddi, non più equatoriali, che li costringevano a stare coperti da vestiti per l’intera giornata, limitando fortemente l’esposizione della loro pelle al sole. Se dunque da un lato la migrazione a Nord dava a questi uomini l’accesso a zone di caccia e di allevamento ancora vergini (il Neanderthal, precedente colonizzatore di quelle aree, si era già estinto), dall’altro rendeva le loro ossa fragili a causa della cronica carenza di vitamina D che, come sappiamo, è prodotta dalla pelle da precursori naturali grazie all’esposizione alla luce solare.

Alcuni di questi uomini svilupparono casualmente la capacità di smontare il lattosio (lo zucchero del latte) anche in età adulta (da lattanti siamo tutti in grado di smontarlo), potendo così nutrirsi, senza soffrire di dissenteria, anche del latte prodotto dagli animali che allevavano (bovini, equini, caprini, ovini). L’assunzione di elevate quantità di calcio consentì loro la costruzione di ossa e muscoli più forti.

Questione di genetica

Gli abitanti di zone più vicine all’equatore, africani e migranti asiatici, non presentano invece la mutazione nella quasi totalità degli individui (avete mai visto un piatto a base di latte in un ristorante cinese o giapponese?), così che, ad oggi, si può dire che il latte può essere consumato liberamente solo da circa un 25% della popolazione mondiale: quella che presenta nel sangue una componente genetica derivata da climi freddi montani.

Noi italiani abbiamo una distribuzione crescente via via che ci spostiamo da sud a nord del paese, in relazione alle nostre origini genetiche. Ai nostri figli, dunque, dobbiamo dare latte o no? La domanda non ha una risposta facilissima. Il latte è senza dubbio un alimento ricco e completo, che sarebbe di grande aiuto nelle difficili fasi della crescita dell’organismo.

D’altra parte, come abbiamo visto, se la genetica non ci assiste è possibile che l’accumulo intestinale di lattosio non digerito porti i nostri cuccioli ad andare in bagno con molta frequenza, generando malassorbimenti e carenze di assimilazione, con conseguenze ancora più gravi di quelle dell’astensione dal consumo.

Non per tutti

Se abbiamo un dubbio, ovviamente anche per noi adulti, possiamo effettuare il cosiddetto breath test, il test del respiro che ci dice se il lattosio viene correttamente smontato e digerito nell’intestino oppure no. Se l’enzima lattasi manca completamente, il mio consiglio è quello di non considerare il latte un alimento idoneo. Se la genetica ci ha reso non consumatori di latte, credo che assumere latti modificati (senza lattosio) non sia da consigliare.

Il latte infatti contiene molti altri componenti (in primis la caseina, ma anche le proteine del siero lattoalbumine e lattoglobuline) che possono dare risposte indesiderate in molti individui. Il suo consumo abituale deve essere valutato con attenzione. 

Diventano così più frequenti riniti, bronchiti, sinusiti, otiti, raffreddori e talvolta anche asma e difficoltà respiratorie, soprattutto se il consumo di latticini continua senza interruzioni.

Imparare ad alternare

Talvolta una sospensione del consumo per una sola settimana può aiutare molto la ripresa dopo una bronchite o una sinusite e può avere effetti davvero sorprendenti sulle risposte allergiche primaverili cosiddette “da pollini”. Un’attenta analisi delle risposte al consumo di latte e latticini, al momento dell’anamnesi, può aiutarci a capire se possiamo consumare i latticini liberamente, con moderazione, o se sia opportuno eliminarli del tutto.

Su Correre di aprile un maggiore approfondimento

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