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Foto Giancarlo Colombo

Parola di Pink: Ho corso a NY, ora posso affrontare qualsiasi cosa

Sono partite in 38, si sono allenate per sei mesi e in 10 sono arrivate a correre la maratona di New York. Alcune di loro erano principianti, altre avevano un po’ di pratica nelle gambe, tutte condividevano lo stesso passato segnato dal tumore al seno.

Sono tornate dalla Grande Mela stringendo una medaglia che è l’orgoglioso simbolo di un enorme lavoro fatto su stesse. Per testimoniare che #NothingStopsPink, niente ferma le donne.

Nothing Stops Pink è il progetto firmato da Fondazione Umberto Veronesi e Rosa&Associati per promuovere il movimento e la corsa come forma di prevenzione al tumore.

Su Correre di gennaio abbiamo presentato l’iniziativa, sul numero di febbraio diamo parola alle protagoniste.

Il racconto della Pink Emanuela Agostino

Cosa mi ha spinto a finire la maratona? Ebbene, ho preso un impegno con l’iniziativa #NothingStopsPink. Forse se l’avessi preso con me stessa non avrei neanche iniziato, non avevo davvero bisogno di dimostrare niente a nessuno. E’ lo spirito del progetto che mi ha motivato, perché aiuta gli altri!
A dirla tutta sono rimasta davvero sorpresa di essere stata scelta fra le 10 per New York. Io davvero non avevo MAI corso prima. Sono tipo da yoga, non da corsa, ma vedere i miglioramenti settimana dopo settimana mi ha stimolata. Non lo nascondo, dopo 4 mesi di preparazione non ero pronta per la maratona. La mezza magari si, ma la maratona…

A New York ho corso per 25 km senza fermarmi. Quando ho rallentato mio figlio mi ha telefonato dall’Italia: era preoccupato! Gli ho detto che stavo facendo delle foto…ed era vero. Riprendere è stata dura. Avevo già un’infiammazione sottovalutata prima della partenza e in corsa il dolore si è fatto sentire. Ho cercato di riprendere ma con difficoltà. Ho corso e camminato i seguenti 17 km.

Posso dire che una volta arrivata a Central Park ero felice di farla finita! Ma Central Park non finiva mai… Così al traguardo ho chiesto incredula: “is it over?” è finita. E qualcuno mi ha risposto (ormai era buio): “Yes, and you look beautiful!”. Sì e tu sei bellissima. In effetti, se rivedo le foto, non ero poi male….

Mi sono trascinata per un po’ zoppicando, c’era una ragazza che reggeva un palo con le indicazioni. Le ho chiesto del pacco ristoro: “what about the food bag?”. Mi sono portata avanti perché sapevo che una volta in albergo non avrei avuto le forze di uscire a mangiare. Lei mi ha risposto che avevo superato il punto di distribuzione. Vista la mia smorfia di sconforto si è offerta di andare al posto mio. Ero così esausta che mi sono aggrappata al suo palo e lei è corsa a prendermi la food bag. Ci siamo abbracciate, mi ha scattato una foto e mi sono messa a piangere.

Intanto il dolore all’inguine era così forte che è venuto a prelevarmi un paramedico. Nella tenda del pronto soccorso mi hanno fatto stendere, messo ghiaccio, dato delle stampelle antiquate e via…il resto è un’altra avventura.

Correre sopra un’infiammazione non è stata una grande trovata ma l’impegno che ho preso l’ho voluto mantenere e portare a termine. Perché? Per lo spirito del progetto e perché adesso so di poter affrontare qualunque cosa “ragionevole” mi metta in testa, se ne vale la pena.

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