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Melting Running Pot – La corsa come occasione di integrazione

02 Febbraio, 2021
Nel nostro mondo dell’atletica, della corsa in particolare, cosa significa correre e vivere e soprattutto convivere con un diverso colore della pelle? Abbiamo provato a capirlo parlando con alcuni top runner che hanno conosciuto l’immigrazione, ieri e oggi, qui e altrove, e abbiamo trovato tanto da raccontare.

Negli Stati Uniti gli sportivi di alto livello sono stati tra i principali sostenitori del movimento Black Lives Matter mettendo la propria enorme visibilità al servizio della sensibilizzazione sulle diseguaglianze razziali che continuano ad affliggere il Paese. E in Italia? Nel nostro mondo dell’atletica, della corsa in particolare, cosa significa correre e vivere e soprattutto convivere con un diverso colore della pelle, una differente ispirazione religiosa o anche solo con alle spalle una nazionalità di provenienza familiare percepita in negativo? 

La corsa è meglio del “mondo fuori”

Abbiamo provato a capirlo parlando con alcuni top runner che hanno vissuto l’immigrazione, magari da piccolissimi, o la rinascita in una nuova famiglia italiana d’adozione. In linea di massima ci hanno risposto che la corsa, l’atletica, sono ambienti decisamente migliori del “mondo fuori”, dove, a dire il vero, si equivale la quota di quelli che hanno subìto attenzioni o anche solo battute razziste con quella di chi problemi non ne ha mai avuti.

Yohanes Chiappinelli, ad esempio, senese di origine etiope, bronzo nelle siepi agli Europei di Berlino 2018, ci ha precisato: «Purtroppo il mondo dello sport non rispecchia la realtà, nel senso che è un ambiente migliore, soprattutto in una disciplina come l’atletica, in cui il razzismo non ha preso piede. Lo sport unisce e appassiona le persone, nell’atletica il colore della pelle non è considerato 

L’Italia non è come gli USA, ma si può fare di più

Certo, l’Italia non è gli Stati Uniti, dove il razzismo si è presentato, ad esempio, improvvisamente a Eleonora Curtabbi, giovane mezzofondista azzurra torinese, ora studentessa alla West Texas A&M University: «Durante il primo lockdown mi ero trasferita a casa del mio ragazzo, in Minnesota. Fino a quel momento non mi ero mai posta il problema del razzismo, trovavo assurdo perfino che esistesse, in un Paese con così tanti neri. Anche il mio ragazzo, Noah, lo è e nel periodo in cui siamo tornati a casa sono capitati episodi che mi hanno spaventato: battutacce e atteggiamenti provocatori da parte di suoi vicini di casa o lungo la strada. Non è questo il mondo che mi aspettavo.»

Per la cronaca, la nostra inchiesta ha incontrato anche alcuni dinieghi con motivazioni varie che vanno da “Non ci interessa, perché il problema qui da noi non esiste” a “Non ne posso più di raccontare la mia storia”. 

“Da che punto guardi il mondo tutto dipende” diceva una vecchia canzone. Di storie da raccontare e testimonianze eloquenti ne avevamo comunque già parecchie e lo abbiamo dimostrato nelle 16 pagine del servizio.

Storie e storiacce

Nel dossier su “corsa e integrazione” trovate infatti anche la vicenda americana dei coniugi maratoneti Sara e Ryan Hall (genitori adottivi di quattro ragazze etiopi, di cui una, Hana, sta brillando nella corsa campestre) e quella italiana di Rachid Berradi, che all’inizio dell’anno è stato nominato Cavaliere della Repubblica dal presidente Mattarella per la sua attività di integrazione attraverso lo sport rivolta verso i ragazzi del rione Zen di Palermo, una vicenda già raccontata su Correre, ma nel numero 296, giugno 2009!

Da azzurro del mezzofondo (è ancora detentore del primato italiano di mezza maratona con 1:00’20”) gli era capitato di non poter entrare in una discoteca italiana, dove era atteso per una festa, bloccato da un buttafuori che aveva l’ordine di “non fare entrare marocchini”.

Erano i primi anni del nuovo millennio, certo, ma l’episodio non è diverso da quello che ci ha raccontato Nekagenet Crippa, azzurro ai recenti Mondiali di mezza maratona, raggiunto al telefono durante le vacanze di Natale: «Di brutto ricordo solo una volta che ci cacciarono da una festa in un paesino vicino al nostro, quando ancora abitavo in Trentino. Senza motivo, solo per il colore della pelle.»

Nota: Questo testo rappresenta una sintesi del servizio “Melting running pot”, sviluppato sul tema “corsa e integrazione” e pubblicato su Correre n. 436, febbraio 2021 (in edicola da inizio mese), alle pagine 22-40. Il lavoro è articolato nei contributi: “Cittadini dal mondo” (Francesca Grana), “La sfida dell’inclusione, dall’Europa all’Italia” (Chiara Collivignarelli), “Quattro figlie in un giorno” (Andrea Schiavon) e “Cavaliere della Repubblica Rachid Berradi” (Daniele Menarini).

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