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Zona mista – Senza titolo

20 Ottobre, 2015

Premetto che su questa rubrica settimanale, che la rivista Correre tramite il suo direttore ha la bontà di concedermi, sull’argomento che sto per affrontare, non ci torno più, sempreché lo stesso direttore che risponde al nome di Daniele Menarini non me lo chieda espressamente.
Il tema è quello che per l’ennesima volta è stato oggetto di paginate di giornali, siti web e quant’altro…

Si tratta di Alex Schwazer che ci sorride anche sulle pagine di Sport Week inserto della “rosea” che ogni sabato si trova in edicola.
Sono contrario alla pena di morte, traduzione: squalifica a vita, a tutti si deve dare una possibilità di riscatto. La cosa deve, o meglio dovrebbe, finire lì. Non deve esserci propinata come una redenzione, un ritorno alla purezza o alla verginità. Questo no.

Nell’ultimo mese il marciatore ha preso parte a due test di allenamenti controllati, uno sui 10 km sulla pista sconsacrata di Tagliacozzo con uno stuolo di giornalisti che manco prima della querelle del doping, lo stesso Alex si sarebbe sognato.
Poi una 20 km nel quartiere di Roma dove abita (in albergo sia ben chiaro…) e qui stando alle immagini fotografiche si è visto di tutto. Dalla folla che l’ha applaudito lungo il percorso, a una sorta di speaker improvvisato con tanto di microfono, una manager che immortalava il pubblico fotografandolo, insomma una bellissima festa. Gli abitanti del quartiere romano che parlano un’ora no e un’ora sì della Roma e della Lazio, hanno adottato questo ragazzo che vedono sgobbare quotidianamente sul selciato delle loro strade. Allora perché non scendere in strada applaudirlo, incitarlo come se fosse un loro figlioccio, che tra l’altro parla con un accento assai diverso dal loro. A ciò viene aggiunta anche una registrazione televisiva su Italia Uno, dove Alex racconta la prima “porcata”, che onestamente mi sono riproposto di non vedere.

Prima ancora copertina su Famiglia Cristiana con un “non servizio”, intervista lunga e circostanziata su Tele2000 (emittente delle Edizioni Paoline) e via dicendo. Sono più mesi che l’ex azzurro è pubblicizzato come un santo. Facile, specie per chi marcia, riuscire ad allenarsi anche quando si è squalificato. Non può entrare in un campo di atletica? Chi se ne importa, la strada è la pista del marciatore. Se il dopato fosse uno specialista dei concorsi? Un lanciatore di martello, dove potrebbe andare a scagliare la sua palla di ferro? Un saltatore in lungo? Potrebbe approdare su di una spiaggia per trovare la sabbia, ancora un astista dove potrebbe fare se sue evoluzioni? Oppure un’ostacolista?

E veniamo al tanto decantato progetto studiato per Alex. Cancelliamo tutte le frequentazioni con medici non proprio immacolati, problemi non del tutto chiariti, l’Epo e via dicendo. Una riga sopra, andiamo avanti. Poiché il progetto di recupero per il marciatore deve essere raccontato, perché non si narrano altre storie di atletica, magari di atleti senza macchia in Italia sono la totalità, i dopati l’eccezione, almeno spero.

Una voce contraria, tra le tante, sui social network si è ascoltata, forte e chiara: quella di Marzia Caravelli e Sport Week correttamente l’ha pubblicata. Marzia è forse l’emblema di uno sport pulito una donna non più giovanissima (atleticamente parlando, sia ben chiaro), che cerca attraverso il lavoro di tornare a alti livelli, sognando un’Olimpiade, senza considerare ciò che è stata la sua vita fuori dal mondo dello sport. Tutto qui, niente di clamoroso, forse questa sarebbe una storia da raccontare.

A ogni buon conto Alex e la sua troupe hanno vinto, torneranno a fine aprile del 2016, l’altoatesino sarà convocato per la Coppa in Russia e andrà a Rio. Qualora non riuscisse a salire sul podio, si prepari che di giornalisti alle sue gare ne vedrà meno di quelli che in questo momento non lo perdono di vista, obbligati dalla direzione dei loro quotidiani, riviste o emittenti televisive o per pura passione. Finito, stop, punto. In bocca al lupo al ragazzo. Non ho messo il titolo a questa mia osservazione settimanale, mettetelo voi amici che mi leggete. Pochi? Non lo so, ma nel mio salotto c’è posto per tutti, basta stringersi un po’.

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