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Trent’anni fa il record italiano dei 5.000 m di Salvatore Antibo

18 Luglio, 2020
Foto: Arch. Correre
Sabato 18 luglio compie trent’anni il primato italiano dei 5.000 metri: 13’05”59, stabilito a Bologna, nell’edizione del Golden Gala 1990. Ecco il ricordo di Salvatore Totò Antibo, protagonista di quell’impresa mai più superata. 

Il 18 luglio 1990 Salvatore Antibo corse i 5.000 m a Bologna in 13’05”59, primato italiano. A trent’anni di distanza dalla serata del Golden Gala allo stadio “Renato Dall’Ara” (nelle foto) quel tempo rappresenta ancora il record nazionale. L’anniversario del primato è stato colto da Correre come occasione per una chiacchierata con il campione siciliano, da sempre nel cuore degli appassionati. 

Di quell’intervista (pubblicata su Correre di luglio) riproponiamo alcuni passaggi in cui Antibo ricorda quella sera.  

Totò, il suo 13’05”59 è ancora oggi record italiano dei 5.000 metri e ormai incombe un anniversario tondo: trent’anni dal 18 luglio 1990, a Bologna, Golden Gala. Che ricordo ha di quella sera?

«La mia solitudine e un pubblico straordinario.»

Parliamo della solitudine.

«Non ho mai perdonato all’Italia, intesa come l’atletica italiana e la sua organizzazione, di non essere stata capace di trovarmi, almeno per quella sera, delle lepri per il record del mondo. Io ero lì per quello, era già da tempo che ci puntavo. Il primato mondiale di Said Aouita era alla mia portata (12’58”39, in un altro Golden Gala, 22 luglio 1987, ndr), ma ho dovuto fare tutto da solo, se si eccettua l’aiuto ricevuto all’inizio da uno dei miei pochi veri amici nella corsa, Mauro Biagetti, compagno di tanti allenamenti, che è stato con me finché ha potuto.»

Il suo potenziale, in effetti, sembrava maggiore dei pur ottimi risultati raggiunti, in quell’estate del 1990 che culminò con il doppio titolo ai Campionati europei di Spalato, nei 5.000 e 10.000 metri. C’è stato un momento, in quella stagione, in cui si è sentito “la Ferrari dentro”, se mi passa l’espressione? A quali tempi pensa che sarebbe potuto arrivare sulle due distanze? 

«Ci ho pensato a lungo: sono convinto che valevo 12’40” -12’42” sui 5.000 metri, 26’40” nei 10.000. Da lì alla prima parte della stagione 1991 è stato tutto un crescendo di condizione. Forse il “top” vero lo raggiunsi addirittura più avanti rispetto all’estate del 1990, nella primavera successiva, quella del 1991, appunto, fino al campionato del mondo di Tokyo, dove poi… avete visto tutti cos’è accaduto.»

Mi risponda solo se vuole: in quel 1990 del massimo splendore lei sapeva già di soffrire di epilessia? Le erano già capitate delle crisi? 

«Ne parlo senza problemi, non è una vergogna. … No, “soffrire di epilessia” no, non mi era ancora capitato. Sapevo, quello sì, che ero esposto al rischio. Da piccolissimo, era il 1964, caddi battendo la testa ed entrai in coma. Ci rimasi a lungo. Mia madre anni dopo me lo raccontò, io non ricordavo nulla. Una volta adulto, mi disse anche che i medici, all’epoca, l’avevano messa sull’avviso: nella crescita sarebbe potuta intervenire l’epilessia. Passata l’adolescenza senza problemi, non ci avevamo più pensato. Poi, da adulto, ebbi un incidente in auto e battei di nuovo la testa. Col senno di poi, magari anche quello ha influito.»

«Ancora oggi faccio fatica a rivedere la gara di Tokyo (Campionati mondiali 1991, ndr), ma ogni tanto ci riesco. Di mio non ho nessun ricordo. Nel primo flash che mi è rimasto sono negli spogliatoi e penso di dover ancora gareggiare. Ci sono persone attorno a me, mi guardano preoccupati. Scorro lentamente i loro sguardi fino a quando incrocio la faccia di Polizzi: “Totò, è già finito tutto, sei arrivato ultimo”. Poi cominciarono i controlli medici e venne fuori l’epilessia.»

Nonostante la malattia, però, riuscì a rinascere e arrivare quarto nei 10.000 metri dei Giochi olimpici di Barcellona dell’anno dopo, quelli vinti proprio da Skah…

«… ecco, la malattia in qualche modo mi ha permesso di riconciliarmi con l’atletica italiana. I medici federali si presero molta cura di me. Non avrei più potuto avere l’idoneità agonistica, sia chiaro. Io non so quando arrivano le crisi, può capitare anche adesso, mentre stiamo parlando. Se voglio andare a Palermo a mangiare un gelato mi devono accompagnare. Uno così, in allenamento avrebbe potuto cadere, battere la testa e morire, e per loro sarebbero stati guai seri. Mi spiegarono la situazione: se fossi stato disponibile ad assumere i farmaci anti-epilettici avrei potuto correre ancora, sotto il loro attento controllo. Facemmo così, ma quello che avete visto a Barcellona non era più Salvatore Antibo, non c’era più niente della “Ferrari” di cui si diceva prima, quei farmaci sono pesanti e non lasciano niente. Capii che era finita.»

Antibo
Le tocca ora la domanda-tormentone: perché dopo trent’anni quel suo tempo di Bologna è ancora record italiano?

«Crippa lo può battere benissimo, ci è già arrivato vicino l’anno scorso. Quest’anno, col virus, è un anno perso, ma i record sono fatti per essere battuti e lui è molto forte, ha anche il sangue dei corridori etiopi, che con i keniani restano i migliori. Poi adesso è più facile trovare gare in cui i più forti corrano con te a quei ritmi. Con gente che nei 5.000 metri scende regolarmente sotto i 13 minuti, per fare meglio del mio record italiano ti basta arrivare nei primi dieci. Un po’ la situazione che si è verificata quando Yeman ha battuto il mio primato dei 10.000 metri lo scorso anno, ai Mondiali di Doha (ottavo in 27’10”76, Antibo 27’16″50 nel 1989). Quello che mi chiedo, invece, è cosa stiano facendo gli altri mezzofondisti, gli italiani nati in Italia, quelli come me. Cosa pensano di fare con il loro posto fisso e stipendio garantito nei gruppi sportivi militari? Fanno la vita che facevo io? A letto alle nove, perché alle sette e mezza mi aspettava già il primo allenamento, niente ragazze, niente discoteca, che recuperare, poi, sarebbe diventata dura. Tre periodi in altura all’anno, perché era l’unico modo per tenere il passo degli africani, che in altura ci vivevano da sempre. Ai 2.000 metri di quota del Séstriere facevo 10 volte i 1.000 metri in 2’41” o 24 volte i 400 metri in 61”5-62 o 45’ di fondo medio a 2’58”/km… Le fanno queste cose?  La fanno questa vita?»

Con senno di poi, anzi, col senno di adesso, trent’anni dopo, che posto occupa quel 13’05”59 del 18 luglio 1990 nella sua personale classifica delle soddisfazioni? 

«È molto in alto, ripeto, anche in virtù dell’aver dovuto praticamente correre da solo. Le corse, però, con le medaglie e i record, non rappresentano la mia soddisfazione più grande. Quello che mi è piaciuto di più della mia vita di atleta è il fatto di aver viaggiato tanto, in tutto il mondo. So che può sembrare strano, ma per uno che vive qui, in un paese che farà forse 5.000 abitanti, e che qui rimane, quegli anni sempre in giro, a vedere posti lontanissimi e grandi città del mondo, mi sembrano ancora oggi una fortuna incredibile, una cosa meravigliosa.»

5.000 m – La top ten italiana di tutti i tempi 
Tempo e class. Atleta con anno di nascita dove quando
13’05”59 (1) Salvatore Antibo 62 Bologna 18.07.90
13’06”76 (6) Francesco Panetta 63 Zurigo 04.08.93
13’07”84 (1) Yemaneberhan Crippa 96 Londra 20.07.19
13’10”06 (3) Alberto Cova 58 Oslo 27.07.85
13’11”57 (2)  Stefano Mei 63 Stoccarda 31.0886
13’17”46 (7) Gennaro Di Napoli 68 Roma  08.06.95
13’19”00 (8) Daniele Meucci 85 HZolder  07.07.12
13’19”19 (5) Venanzio Ortis 55 Rieti  09.09.81
13’19”30 (6) Said El Otmani 91 Rabat 16.06.19
13’20”88 (7) Giuliano Battocletti 75 Milano  09.06.99

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