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El Fathaoui: un operaio alla maratona olimpica

El Fathaoui: un operaio alla maratona olimpica

07 Agosto, 2021
Foto: Francesca Grana
Domenica mattina, a Sapporo, la maratona maschile conclude i Giochi olimpici di Tokyo 2020. Al via anche i tre azzurri: Eyob Faniel Ghebrehiwet, Yassine Rachik e Yassine El Fathaoui, di professione operaio metalmeccanico, e di cui qui vi riproponiamo la storia, da lui stesso raccontata su Correre di aprile.

Ancora un’ultima mezzanotte davanti alla TV per seguire la maratona maschile, che conclude i Giochi olimpici di Tokyo 2020, indimenticabili per i colori italiani, e che in questi conclusivi 42,195 km saranno rappresentati da Eyob Faniel Ghebrehiwet, Yassine Rachik e Yassine El Fathaoui

L’operaio maratoneta

Su Faniel si punta giustamente molto, per la sua primavera in crescendo dopo il primato italiano di mezza maratona (1:00”07”) stabilito molto controvento a Siena, domenica 28 febbraio. Curiosità accende Yassine Rachik (convocato per l’ottimo 2:08’05” ottenuto a Londra 2019), che, al contrario del compagno in maglia Fiamme Oro, si è visto poco in giro.  

Poche ore ancora per conoscere il verdetto del tracciato di Sapporo (07:00, ora di Tokyo).

Qui riproponiamo la storia del terzo moschettiere azzurro, il parmense Yassine El Fathaoui, che in un divertente video (che riproponiamo sulle nostre pagine social) ha provato a spiegare a Eliud Kipchoge, incontrato in allenamento questa mattina, di non essere un professionista, visto che per vivere fa l’operaio metalmeccanico alla Fornovogas di Traversetolo.

Un figlio del podismo parmense

La storia di questo trentottenne estroverso e gentile è stata pubblicata su Correre di aprile, in un servizio realizzato a Forlì, dove si era trasferito per essere seguito dal suo allenatore, Giorgio Reggiani.

Yassine El Fathaoui è nato il 23 marzo 1982 a Belfaa, non lontano dalla Agadir delle spiagge e dei campi da golf, nella parte atlantica e meridionale di quella fucina di campioni che è il Marocco. Lo sport, però, lo ha incontrato solo da adulto, dopo essere arrivato in Italia per raggiungere il padre, nel luglio 1999, con la madre e tre sorelle e stabilirsi a Bazzano, frazione di Neviano degli Arduini, nel parmense: «Mi era sempre piaciuto il calcio e ho cominciato a giocare dapprima con i colleghi di lavoro e gli amici, poi nei tornei amatoriali. A correre non ci pensavo proprio: ancora oggi, al termine di certi lavori tosti che mi prepara Giorgio, ripenso a quegli allenamenti di squadra che cominciavano con due giri di campo, al termine dei quali ero sfinito e mi dicevo: “La corsa non fa per me”». 

Dal punto di vista sportivo, però, El Fathaoui è davvero un “figlio del podismo”: «Furono i miei colleghi e colleghe a farmi cambiare idea, in quei lunghi lunedì passati a sentire i racconti delle loro gare del giorno prima, a guardare le medaglie e i premi in natura che avevano ricevuto. Nel 2007, dopo tanti inviti decisi di provare ad allenarmi con loro. Il giorno dopo feci fatica a uscire di casa per andare al lavoro, mi sentivo come se nella notte qualcuno mi avesse riempito di botte, ma dopo un po’ mi portarono alla prima gara della domenica e andò subito bene. Con la maglia del GS Traversetolo ho cominciato a dare battaglia nel circuito delle corse su strada della provincia di Parma e sono arrivate le prime soddisfazioni. Era nato un buon podista.»

Anche nella vita, come negli allenamenti, certe volte le cose se ne vanno in progressione: arriva la maglia del Cus Parma, sotto la direzione di Fabio Terzoni, poi, dopo uno stop di un paio d’anni innestato da un infortunio, quella del Casone Noceto, “corazzata” della corsa su strada, che lo mette in squadra dal 2011 e lo affida alle cure di Giorgio Reggiani (con lui, in bici, nella foto di Francesca Grana), che prima in Pro Patria, poi dalla Romagna ha scritto pagine importanti di mezzofondo e fondo fin dagli anni Sessanta e che da allora lo seguirà sempre, tolta una parentesi marzo-agosto 2020, quando a curare la preparazione di El Fathaoui interverrà Giorgio Rondelli. Nel 2013 erano arrivate anche una figlia e la cittadinanza italiana.

Berlino 2019, 2:11’08”

Miglioramenti via via più significativi fino a quando, nel 2019, decide di provare, per le tre settimane di ferie, a fare la vita del top runner: altura e bi-giornaliero. Sulla scorta di questo lavoro, il 29 settembre, a Berlino, chiude la maratona in 2:11’08”. Gli amici del Circolo Forrest Group Minerva, la società parmense per cui attualmente corre, dribblano l’impossibile nella calca del dopo traguardo e gli gettano le braccia al collo: «Grande, hai fatto il minimo olimpico!»

«Cos’è?», domanda candido Yassine!

Una staffetta di dirigenti-supporter 

«Mi ritengo una persona fortunata – dichiarò allora su Correre El Fathaoui – e la mia grande ricchezza sono le persone che ho incontrato. Penso, ad esempio, ai miei colleghi e, con loro, a Ferdinando Bauzone, il mio datore di lavoro alla Fornovogas. Quando, dopo Berlino, ho deciso di tentare la strada della corsa come impegno totale, ho chiesto di potermi mettere in aspettativa: l’esperienza di quelle tre settimane di solo allenamento, da cui era partita la preparazione per la maratona tedesca, mi avevano convinto che valeva la pena provarci. Per l’azienda non è stato facile, perché ogni posto di lavoro è necessario e le assenze si fanno sentire, ma nessuno mi ha fatto pesare la scelta, anzi: hanno condiviso il sogno che stavo coltivando, da quei miei tifosi che sono sempre stati. Gratitudine, inoltre, ne avrò sempre anche per Graziano Adami, che da presidente dell’azienda Casone è l’anima che dà vita alla squadra per cui ho gareggiato per tanti anni, così come per Fabrizio Mattioli e tutto il gruppo del Circolo Minerva, di cui mi onoro di portare la maglia.»

Siviglia 2020, 2:10’10” 

Siviglia, 23 febbraio 2020. È il giorno in cui Eyob Faniel Ghebrehiwet chiude in 2:07’19” togliendo così il primato italiano a Stefano Baldini. Quasi tre minuti dopo, però, arriva Yassine in 2:10’10”, che in un’ottica di convocazione olimpica significa il terzo tempo dopo quello appena ottenuto dallo stesso Eyob e il 2:08’05” di Yassine Rachik a Londra 2019.

«Mi fece un immenso piacere ricevere subito la telefonata di congratulazioni da La Torre, il quale mi disse: “Adesso devi decidere cosa vuoi fare della tua carriera: puoi dedicarti a preparare le olimpiadi oppure programmare una serie di maratone internazionali, dalle quale potresti portare a casa premi in denaro importanti.” Risposi subito che nessuna somma di denaro valeva il sogno di andare alle Olimpiadi.»

Il sogno che diventa realtà

E così Yassine ci ha provato, tutti i giorni, due volte al giorno, a Forlì, dove l’inverno non risparmia rigori e la famiglia è lontana. Lavorare per meritare la convocazione olimpica ha significato per l’operaio Yassine “esaurire” l’aspettativa che un dipendente può chiedere all’azienda: «So bene che sei mesi rappresentano il limite di tempo “a zero ore” oltre il quale un’azienda potrebbe licenziare, ma il signor Ferdinando mi ha detto di stare tranquillo: il suo timore era che non ce la facessi economicamente a mantenere la famiglia in questo periodo, come se fosse un padre più che un titolare d’azienda.»

In questi giorni sta diventando virale una dichiarazione di Giorgio Reggiani, videoregistrata quel giorno di marzo al campo-scuola di Forlì da Francesca Grana e proposta come contributo di realtà aumentata su Correre di aprile: «Dico sempre che il vero record del mondo dovrebbe essere considerato il 2:11’08” di Yassine El Fathaoui a Berlino 2019, preparato praticamente in 3 settimane di ferie e altri allenamenti fatti di sera tardi, alla fine della giornata di lavoro in fabbrica, non le due ore o sub due ore fatte da maratoneti professionisti con le lepri, la macchina davanti a tagliare l’aria, le scarpe col plate in carbonio.»

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