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Dossier: scarpette in fuga

15 Marzo, 2015

Notati e monitorati. Contattati e corteggiati. Sedotti e poi partiti. Tante storie ma un unico canovaccio, tanti giovani ma un’unica destinazione: Stati Uniti.
Alla fuga di cervelli eravamo abituati, certo, ma ora se ne vanno anche gli atleti. E partono proprio quelli che, parallelamente allo sport, nella vita vogliono fare pure altro: studiare, in primo luogo, imparare bene l’inglese, a ruota.
Non che conciliare sport ad alti livelli e successi accademici qui sia impossibile, ma se non si entra in un gruppo sportivo militare la situazione si complica.

Margherita Magnani, finalista nei 3.000 m ai Mondiali indoor di Sopot, dopo la laurea con lode in Giurisprudenza sta iniziando un secondo ciclo di studi in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Finanziera.

Daniele Meucci, oro nella maratona agli Europei di Zurigo, è ricercatore dell’università di Pisa, dopo una laurea con lode in Ingegneria dell’automazione. Arruolato in Esercito.

Eleonora Giorgi, detentrice del record italiano sui 20 km di marcia e della miglior prestazione mondiale sui 5 km, è iscritta alla Bocconi, laurea specialistica in Economia e Management delle Pubbliche Amministrazioni e Istituzioni Internazionali. Fiamme Azzurre per lei.

Ecco quindi farsi sempre più allettante la prospettiva di provarci all’estero, soprattutto per quegli atleti nel limbo tra la prima convocazione in Nazionale e il mancato interessamento da parte di un gruppo sportivo militare. Sotto i riflettori in occasione di manifestazioni internazionali giovanili, Campionati mondiali o continentali a seconda dell’annata, quasi sempre i ragazzi vengono approcciati in prima persona, senza interpellare allenatori o dirigenti della società di appartenenza. Facebook e Skype, galeotta fu la connessione.

Sul numero di marzo di Correre l’inchiesta di Francesca Grana documenta, anche per immagini, una vera e propria emorragia di talenti.
Il mezzofondista Federico Gasparri è emigrato in Texas, I fratelli Letizia e Dylan Titon, azzurri del cross, delle siepi e della corsa in montagna, rispettivamente alla University of New Orleans e alla Kennesaw State University. E gli ottocentisti Jacopo Lahbi in Alabama e Ayoub Akil in Oklahoma. Ma anche i velocisti Carlo Raiteri da 4 anni in North Carolina e Jacopo Spanò che studia a Seattle.

C’è poi la storia di Luca Cacopardo (400 ostacoli) che frequenterà il prestigioso Massachusetts Institute of Technology, una delle più importanti università del mondo. Lo stesso istituto in cui nemmeno il neocampione europeo di maratona, Daniele Meucci, disdegnerebbe approfondire gli studi per il suo dottorato di ricerca ma anche quella delle mezzofondiste Silvia Del Fava e Valentina Talevi.

Negli Stati Uniti lo sport, qualunque esso sia, è un tassello fondamentale nella vita dello studente, che può ambire a borse di studio, totali o parziali, per meriti sportivi e iniziare ad allenarsi coi ritmi di un professionista. È ovviamente importante anche per le università stesse, che grazie ai risultati sportivi guadagnano in visibilità e, di conseguenza, in finanziamenti.

E in Italia? Un primo tentativo di avvicinamento al modello americano viene portato avanti con il College del Mezzofondo, un centro tecnico nazionale nato dalla collaborazione tra Fidal, CUS dei laghi Varese-Como e Università dell’Insubria. Un tentativo ancora embrionale, ma pur sempre un primo significativo tassello.

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