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Giancarlo Colombo

Dalla corsa in montagna alla maratona

Corsa in montagna e maratona: due specialità che possono avere tanti punti in comune. Lo dimostrano i recenti risultati di molti specialisti della corsa in montagna, protagonisti nelle gare di corsa campestre e su strada. Fra le citazioni d’obbligo il titolo italiano a squadre di cross conquistato a Gubbio dall’Alta Valtellina, che schierava Elisa Desco, Valentina Belotti e la britannica Emilie Collinge. Poi le buone prestazioni di Martin Dematteis (2:18’20”) e di Tommaso Vaccina (2:25’34”), migliori italiani nelle maratone di Roma e Milano, senza dimenticare la crescita del valdostano Xavier Chevrier, che ha corso la mezza maratona Roma–Ostia in 1:03’43”. Impossibile non citare Catherine Bertone: 2:30’19” nella maratona di Rotterdam, controversa pretendente per i Giochi olimpici di Rio de Janeiro.

Una trasformazione possibile
Il cross rappresenta un naturale passaggio agonistico e tecnico fra la corsa in montagna e la maratona, sia dal punto di vista dei percorsi, sia per la forza richiesta. Inoltre, i ritmi di gara del cross sono sovrapponibili a quelli che si mantengono in una gara di maratona. Le eventuali problematiche in questo processo di adattamento sono la scarsa abitudine a spingere ritmi molto veloci in allenamento e una meccanica di corsa non particolarmente agile.

Allenamenti tipo
Sul piano organico il medio in salita, allenamento fondamentale nella corsa in montagna, può essere sostituito dal medio collinare che permette di mantenere una velocità più elevata e stimola la meccanica di corsa sotto l’aspetto dell’ampiezza e della frequenza. Utile anche il fartlek, che costringe a continue variazioni di ritmo, ottime per sciogliere e adattare la muscolatura a ritmi più veloci.
Un altro allenamento cardine sono le prove ripetute lunghe sui parziali di gara, come 4×5.000 m, 3×6.000 m o 3×7.000 m.

Un cambio difficile
Un grande interprete della corsa in montagna può diventare un grande protagonista mondiale della maratona? L’impresa è molto difficile, dovrebbe innanzi tutto abbandonare la sua specialità e dedicarsi anima e corpo alla preparazione dei 42,195 km.
Se dal punto di vista biomeccanico e fisiologico il grande salto di qualità è quasi impossibile, l’atleta della corsa in montagna può però contare su mentalità quanto mai adatta a sopportare gli sforzi prolungati e il logoramento emotivo di una gara lunga e difficile come la maratona.

Tratto da: “Dalla corsa in montagna alla maratona”, di Giorgio Rondelli, pubblicato su Correre, n. 380, giugno 2016