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Dita del piede “a martello”: i rischi di infortunio per il runner 

24 Ottobre, 2020
Foto: 123rf 
Il dito “a martello” dipende da un abbassamento della testa metatarsale corrispondente, che porta a uno scompenso tra tendini flessori ed estensori delle dita, con una prevalenza di questi ultimi. Ecco come questa piccola deformazione si ripercuote nella corsa, che conseguenze produce e a quali trattamenti sanitari è necessario ricorrere.

Nel corso degli anni può accadere che una o più dita dei piedi assumano un’anomala postura in flessione: si tratta delle cosiddette “dita a martello”. Questa situazione, che all’inizio può essere solo un atteggiamento, si trasforma poi in un posizionamento permanente e spesso doloroso, anche in relazione allo sfregamento dell’articolazione deformata con la tomaia della scarpa da corsa. 

Il lavoro muscolare delle dita dei piedi

“Utilizzare molto il piede per correre obbliga a una cura particolare dello stesso; un’attenzione che deve riguardare anche le dita nel loro complesso. Queste ultime sono composte dalle tre falangi, ciascuna delle quali collabora all’efficacia della spinta che fa procedere il corpo in avanti durante la corsa. Le dita si muovono in modo sincrono, cosa che, con un meccanismo flessorio, determina la propulsione ultima; si tratta di una sorta di movimento fine che stabilisce la direzione in cui muoversi, secondo i piani orizzontale e sagittale” spiega Luca De Ponti su Correre di novembre 2020.

“La reattività di un atleta è dovuta in parte anche all’efficacia del movimento delle dita e alla loro coordinazione nell’ambito dell’appoggio e della spinta muscolare proposta dal tricipite della sura (il polpaccio). Le dita sono azionate dai muscoli e dai relativi tendini flessori presenti nella pianta del piede: traumi diretti possono condizionare il loro funzionamento.”

Le cause del dolore

Il dito “a martello” dipende da un abbassamento della testa metatarsale corrispondente (avvicinamento al piano cutaneo della struttura ossea e relativo assottigliamento del pannicolo adiposo sottocutaneo), che porta a uno scompenso tra tendini flessori ed estensori delle dita, con una prevalenza di questi ultimi.

“Nella corsa l’ipersollecitazione metatarsale è all’ordine del giorno e in chi la pratica da molti anni è possibile che questi disequilibri si instaurino lentamente, con effetti molto negativi.

La postura anomala si trasforma poi, nel tempo, in una vera e propria deformità articolare interfalangea: il dito non riesce più ad allungarsi e assume una posizione permanente in flessione.

Anche una scarpa troppo corta può favorire questa postura, in particolare nella corsa in discesa: è quindi buona norma controllare l’adeguatezza, in lunghezza, della calzata.”

Le conseguenze

“La patologia – spiega poi De Ponti – è legata direttamente a una sofferenza dell’articolazione metatarso-falangea (metatarsalgia). L’iperflessione tra la prima e la seconda falange può favorire un attrito anomalo del dito con la tomaia della scarpa: questa situazione favorisce con frequenza l’insorgere di borsiti dolorose e callosità. Nel trattamento sistematico di queste ultime bisogna fare molta attenzione a evitare complicazioni infettive.”

Terapie e soluzioni

L’autore, chirurgo ortopedico con lunga esperienza nel mondo dello sport, suggerisce poi come contrastare la metatarsalgia con sostegni funzionali retrocapitati inseriti in plantari adeguati, prima che il problema raggiunga quella fase avanzata in cui diventa necessario il trattamento chirurgico e si sofferma sulle azioni sanitarie intermedie, come l’allungamento dei tendini estensori delle dita o la capsulo-plastica correttiva (in pratica viene raddrizzato il dito), spiegando perché, spesso, sia opportuno associare le due soluzioni. 

Nota: Questo testo rappresenta una sintesi del servizio “Se le dita del piede si deformano”, di Luca De Ponti, pubblicato su Correre n. 432, ottobre 2020 (in edicola da inizio mese), alle pagine 66-67.

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