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Sport e depressione, il legame nascosto

Foto: 123RF

La depressione è una delle malattie più diffuse al mondo. E, anche se amiamo pensare l’opposto, ne sono vittima tanti atleti professionisti. Nello speciale dedicato a sport e depressione pubblicato sul numero di Correre di dicembre 2020 Pietro Trabucchi esamina il legame che si può creare tra questo disturbo, le sue alterazioni biochimiche e un certo tipo di mentalità. Vediamone qui una sintesi.

Incidenza più alta tra gli atleti

L’immaginario collettivo propone un’immagine eroica dello sportivo. L’atleta non conoscerebbe fragilità, né dubbi. Per lui o lei “la fatica non esiste” ed è sempre facile riprendersi dalle sconfitte. La depressione – con il suo sentirsi svuotati e sopraffatti, impotenti e incapaci di reagire – sembra proprio l’antitesi di ciò. In realtà però questa malattia è molto più diffusa nel mondo dello sport di quanto si possa pensare. Uno studio del 2019 pubblicato su Sports Medicine and Arthroscopy Review sostiene che l’incidenza della depressione sia addirittura più alta tra gli atleti che nel resto della popolazione. Due fattori connessi a sport e depressione potrebbero spiegarne il motivo.

Quel non voler vedere i propri limiti

Una delle caratteristiche del mondo di oggi è la perdita del senso del limite. Un solo esempio per tutti: quello dell’ambiente. Cambiamento climatico e inquinamento si originano dallo sfruttamento continuo delle risorse del pianeta. Alla base c’è un rifiuto delle nostre vulnerabilità e finitezza. Si accetta di vivere solo se c’è sempre il lieto fine, se i limiti esistono solo per gli altri. Nella vita di tutti i giorni queste dinamiche si concretizzano e le persone possono andare in crisi anche per piccole imperfezioni fisiche. Tutto ciò che ricorda i nostri limiti diventa inaccettabile. Anche emozioni e stati d’animo negativi non vengono tollerati. Noia, infelicità, tristezza, frustrazione non sono considerati normali eventi passeggeri, ma vere emergenze sanitarie da curare subito. Se nel nostro tronco cerebrale è stata impiantata l’idea che la vita debba vederci sempre sorridenti, felici e vincenti è chiaro che ogni minima difficoltà sarà una tragedia.

Troppe aspettative fanno un dramma

Questa mentalità ha infettato anche il mondo dello sport. Aspettative vertiginose popolano la mente di atleti, genitori e tecnici. E tutti i traguardi ideali – vittoria, perfezione, celebrazione – diventano pretese. In realtà però lo sport non può essere slegato dall’incontro con la sconfitta, con l’infortunio, con l’errore e con la fatica. L’atleta non può crescere se non entra in contatto con le sue fragilità. Essere resilienti non significa credersi onnipotenti ma conoscere i propri limiti e accettare lo stesso di andare avanti.

Infiammazione, cortisolo e accettazione di sé

Parecchi studi evidenziano un rapporto tra depressione e alterazione nei livelli di cortisolo, uno degli ormoni dello stress. L’eccesso di allenamento e la mancanza di recupero ne alterano le quantità, prima innalzandole poi esaurendole. L’allenarsi troppo o il rifiutare il riposo possono quindi favorire il nesso tra sport e depressione. Potrebbe esserci un circolo vizioso: allenamento eccessivo e mancanza di risultati portano a uno squilibrio biochimico e a un crollo psicologico che conducono alla depressione. Più volte tra l’altro è stato rilevato un legame tra malattia e stato infiammatorio, con le infiammazioni strettamente correlate al sovraccarico. Ecco perché i sintomi depressivi sono così diffusi negli atleti. Infine: il primo fattore – perdita del senso del limite – e il secondo, le alterazioni biochimiche da sovraccarico, sono in realtà fortemente connessi. Pensiamoci: accettare il riposo e il recupero significa ammettere la propria vulnerabilità. Se si è convinti che i limiti non ci riguardino, che senso ha vedere il recupero come parte dell’allenamento?

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