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Mennea Day – Gianni Minà ricorda: “Ma ci fu una sera in cui il record stava per saltare”

Oggi lo sport italiano commemora Pietro Mennea, perché il 12 settembre 1979, a Città del Messico, il grande velocista stabilì il primato del mondo dei 200 m con 19”72. Ma ci fu una sera, pochi giorni  prima, in cui quel record ha rischiato di non esistere

Il fatto – All’inizio della stagione agonistica, Mennea e il suo allenatore Carlo Vittori avevano presentato il programma degli impegni agonistici sia alla Federazione italiana di atletica sia alla società del campione, la Sisport Fiat, di cui all’epoca era dirigente Livio Berruti, medaglia d’oro nei 200 m alle Olimpiadi di Roma 1960. Obiettivo clou era appunto l’Universiade di Città del Messico come occasione per correre in altura i 200 m e tentare il record del mondo, che resisteva dai Giochi olimpici di Citta del Messico 1968, quando Tommie Smith aveva vinto in 19″83. Due settimane prima delle Universiadi era in programma, a Montreal, la seconda edizione della Coppa del Mondo (20-26 agosto). Il potentissimo presidente Fidal, Primo Nebiolo, lanciato verso la presidenza della Iaaf (la Federatletica mondiale), fece pressione affinché il campione cambiasse idea e partecipasse alla manifestazione canadese, conferendole così tutt’altro prestigio. Mennea gli ricordò il programma approvato dal dirigente all’inizio di stagione e rifiutò. Livio Berruti commentò: «Mennea non va a Montreal perché ha paura di incontrare avversari forti». I giornali diedero spazio alla polemica, che portò anche a un’accesa discussione in cui Mennea finì per mettere le mani addosso a Berruti. La pressione per far cambiare idea al campione fu tale, che a un certo punto la “freccia del sud” maturò la decisione di rinunciare ad andare a Città del Messico.

La situazione si risolse solo con l’intervento di Luca Cordero di Montezemolo, al termine di una cena a Roma, negli ultimi giorni dell’agosto 1979. Gianni Minà ne fu testimone e lo ha ricordato nella sua prefazione al libro 19”72, il record di un altro tempo, scritto da Pietro:

Quella sera d’agosto del 1979, alla pizzeria Nuova Fiorentina di via Brofferio a Roma, Pietro Mennea, il più grande velocista della storia dell’atletica europea, insieme al russo Valery Borzov, aveva praticamente rinunciato a correre alle Universiadi di Città del Messico, che si sarebbero svolte un paio di settimane dopo, per assoluta indisponibilità ad accettare le prepotenze della Federazione Italiana (la Fidal) che, infischiandosene dei suoi certosini programmi concordati all’inizio dell’anno, voleva portarlo, anche alla Coppa del mondo di Montreal che si sarebbe disputata pochi giorni prima dei Giochi Mondiali Universitari come valletto del viaggio elettorale che il presidente Primo Nebiolo, già boss della Federazione mondiale, aveva programmato.

Nebiolo aveva fatto grande l’atletica, facendola diventare uno degli spettacoli più ambiti del circo delle discipline sportive al servizio della televisione e che stava per trangugiarsi, dopo averla masticata per anni, ogni esigenza tecnica, sanitaria, etica o umana del gesto agonistico.

Pietro, il ragazzo del sud senza pista, che era dovuto emigrare per trovare un campo d’allenamento adatto al suo potenziale, era però un tipo tosto, cocciuto, ed era pronto a rinunciare per non finire tritato dai media proni di fronte a Nebiolo, come gli era successo tre anni prima all’Olimpiade di Montreal dove, pur essendo uno dei favoriti, ma usurato dai nervi per i contrasti con la Federazione, era finito “solo quarto” nella finale dei duecento metri.

Ero a mangiare una pizza assieme a lui e a Daniele Montezemolo, all’epoca giovane apprendista manager, preoccupatissimo per l’assoluta chiusura ad ogni mediazione dell’entourage di Nebiolo.

Ad un certo punto, colpito dall’amarezza del campione, decisi di chiamare il fratello di Daniele, Luca, che ora è presidente di tutto, a cominciare dalla Confindustria, ma allora, negli “anni di piombo”, portava il difficile fardello della comunicazione dell’azienda simbolo del settore metallurgico del nostro paese.

Luca era già a letto, al Grand Hotel. Lo convinsi a togliersi il pigiama e a venire in pizzeria anche se era mezzanotte. Arrivò trafelato e all’inizio sembrava non farcela nemmeno lui a calmare l’incazzatissimo Pietro.

Poi seppe trovare l’argomento vincente: Gian Piero Boniperti, allora alla testa anche della Sisport, oltre che della Juventus, avrebbe scritto a Nebiolo che gli impegni di Mennea erano stati concordati dalla società con la Federazione ad inizio stagione e, poiché non comprendevano la Coppa del mondo di Montreal, il campione non avrebbe partecipato a quel defilé.

Mennea, una volta tanto, si sentì tutelato e respirò profondo fino al diaframma.

L’indomani partì con il fido professor Vittori per Città del Messico.

Nel libro Una vita di corsa, scritto nel 2012 con Daniele Menarini, a proposito della testimonianza di Minà, Mennea così commenta:

Tutto vero: dalla pizza alla respirazione finale, profonda fino al diaframma. Questo era il clima che bisognava affrontare, questo il calibro di personaggio che occorreva scomodare per tentare di farsi restituire la libertà di portare in fondo una scelta agonistica programmata. 

Alla fine partimmo. Il solo ricordare quei momenti riesce quasi ancora a farmi perdere serenità. Meglio raccontare come poi sia andata.

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