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Dentro una leggenda Inca: reportage dalla Half marathon des Sables  

23 Febbraio, 2019
Foto: Leonardo Soresi

Correre di marzo si apre con un nuovo reportage di Leonardo Soresi. Con lui voliamo in Perù per correre la Half Marathon des Sables, gara di 120 km in tre tappe che attraversa il deserto di Ica. Un luogo dalla bellezza primordiale situato nel sud del Paese sudamericano, a ridosso dell’oceano Pacifico, nel quale la natura e gli antichi miti della civiltà precolombiana la fanno da padrone.

Per chi arriva dalla vecchia Europa, raggiungere il deserto di Ica vuol dire sciropparsi una notte in autobus lungo la trafficata Ruta Panamericana Sur, dopo aver passato la notte precedente su un volo transoceanico. Non proprio il modo ideale per presentarsi alla linea di partenza di una gara così impegnativa. 

Intera o a metà? 

La Half Marathon des Sables è nata dall’idea di creare una gara di avvicinamento alla classica Marathon des Sables, con un percorso che ne misura la metà (120 km contro 240 km) e con il numero delle tappe dimezzato (3 invece di 6). Il tutto lasciando inalterati i concetti che hanno reso grande la gara che ogni primavera infiamma le sabbie del Marocco: autosufficienza alimentare, vita in tenda nel campo base e un tappone di 70-80 km per mettere alla prova i concorrenti con distanze importanti.

Si potrebbe quindi pensare che la Half Marathon des Sables sia un passaggio intermedio prima di giungere alla distanza regina… ma in realtà non è così: la Half Marathon des Sables mi è sembrata addirittura più sfidante della sorella maggiore.

Solo dune sferzate dal vento 

La prima tappa dura solo 27 km, ma il terreno è quasi sempre fatto di sabbia molle e ci sono dune pazzesche da salire: anche 300 m in un colpo solo, sprofondando come se si fosse sulla neve fresca. 

La seconda tappa, lunga 70 km, oltre a essere devastante per sabbia e dislivello, è resa ancor più difficile dal vento, che soffia impetuoso e contrario per moltissimi chilometri. Ma è anche, soprattutto, una prova dalla bellezza struggente: dune dalle mille sfumature che sembrano cattedrali si alzano verso il cielo. Sono così belle che le nostre impronte sono quasi un sacrilegio. Il deserto di Ica colpisce per il senso di vuoto, di totale assenza di ogni forma di vita, ci sono solo canyon, dune, montagne, pianure battute dal vento.

Energia dal cielo stellato

Il giorno di riposo segue il tappone e diventa attesa della passerella (solo 22 km), rappresentata dalla terza e ultima tappa. Di solito si tratta di giornate trascorse a dormire, riposare, mangiare per recuperare le energie perse: qui, invece, in riva al mare, su questa spiaggia che si estende a perdita d’occhio, diventa un momento di festa, per giocare tra le onde, per stare in compagnia di coloro che fino a 48 ore prima non erano altro che estranei. 

Un grido di dolore soffocato

L’ultima tappa, finalmente con un terreno quasi sempre duro, va via troppo veloce, come se il tempo all’improvviso avesse accelerato. Arriva il traguardo, atteso, sognato e ora forse anche un po’ odiato perché porta con sé la parola fine.

Nota: Questo testo rappresenta una sintesi del servizio Dentro una leggenda inca”, di Leonardo Soresi, pubblicato su Correre n. 413, marzo 2019 (in edicola a inizio mese), alle pagine 24-29.

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