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La quarantena di Stefano Baldini

Immagini Instagram @stefanobaldini_net
Di: La redazione

Stefano Baldini a ruota libera: il campione olimpico di Atene 2004 è intervenuto ai microfoni di Runners e benessere parlando di atletica, lockdown e non solo…

L’atletica internazionale insieme a tutto lo sport sta vivendo un momento senza precedenti a causa dell’emergenza coronavirus. Anche i grandi campioni sono fermi, a casa. Olimpiadi rimandate e business legato ai grandi eventi in grave sofferenza. Di questo ha parlato Stefano Baldini ai microfoni del “Bar” di Runners e benessere, la diretta facebook della testata toscana che va in onda tutti i giorni alle ore 21.

Stefano Baldini, come stai affrontando la quarantena?

“In accordo con la società, qui a Rubiera abbiamo immediatamente sospeso gli allenamenti al campo, quindi tutte le attività giovanili.

Ho continuato fino al 4 aprile ad allenare al campo a porte chiuse gli atleti azzurri, quelli di interesse nazionale. Dal 4 aprile tutto questo non è più possibile, stanno quindi facendo attività di mantenimento a casa, tra le mura domestiche.

Ma questa è una gara molto meno importante di quella che stiamo viviamo quotidianamente: ci sono persone che sono in un campo di battaglia vero e proprio impegnate a salvare vite e di questo dobbiamo avere rispetto, lo sport viene sicuramente in seconda battuta”.

Dopo tanti anni passati di corsa, come hai vissuto, da atleta, lo stop totale al running e all’attività fisica all’aperto? Quanto ti pesa?

“Io tornerò a correre quando ci sarà la possibilità di farlo senza restrizioni, per me adesso non è un problema stare a casa. Per mia fortuna, sono anche ciclista e in questi giorni ci do dentro sui rulli. L’emergenza mi ha impedito di spianare la mia nuova Bianchi Infinito, che è lì che attende la possibilità di andare in strada”.

Il grande maratoneta sui pedali?

“… ancora dai tempi dell’attività agonistica, a dire il vero, e non sono l’unico degli azzurri di Atene 2004. Yuri Chechi, ad esempio, è scatenato!”

Diverso, si immagina, il disagio degli attuali top runner…

“Per un atleta invece è molto più difficile, soprattutto in certe specialità il non potersi allenare diventerà un problema dopo.

Perché quando perdi 3-4-5 settimane di preparazione poi ci vuole molto di più a recuperare il gap. L’augurio è che si possa tornare presto al campo anche a porte chiuse prima che il problema diventi davvero enorme anche in funzione del 2021″.

Cosa pensi che comporterà il rinvio olimpico?

“Per chi fa lo sport di mestiere e soprattutto per chi lavora in funzione delle Olimpiadi, che sono ogni 4 anni, è stato uno choc. Resta il fatto che gli atleti sono perfettamente consapevoli e in grado quotidianamente di fermarsi, riprogrammare e ripartire da zero: davanti alle sconfitte, davanti a ostacoli da superare, davanti agli infortuni, davanti ad avversari più bravi, ecco perché per un atleta è normale avere quella flessibilità che ti fa cambiare le cose in corso d’opera. Certo, è un po’ più difficile per chi è già avanti con l’età. Faccio l’esempio di Valeria Straneo, a 44 anni appena compiuti aveva deciso di fare l’ultima stagione con obiettivo l’Olimpiade di Tokyo. Beh ci ha messo poco più di 20 minuti per riformulare e decidere di spostare più in là di 1 anno quel momento perché il sogno olimpico continua ed è fonte di motivazione, di passione, di interesse che ti permette di andare avanti”.

Come pensi si tornerà alla normalità?

“Credo che in una prima fase l’attività indoor, quella a impianti chiusi, faticherà tantissimo a tornare alla normalità, ci metteremo tanto tempo. In seconda battuta il movimento delle persone sarà il problema più grande da risolvere. Pensare ai grandi eventi sportivi che prevedono spostamento e assembramento credo ci vorrà un sacco di tempo, la strada è lunga. Mi fanno sorridere un po’ oggi i dirigenti sportivi che cercano di affrettare i tempi quando la prima necessità che abbiamo è salvaguardare la salute delle persone”.

A proposito di grandi eventi, il business sportivo attraversa un periodo di grande sofferenza…

“Lo sport a un certo livello dal punto di vista economico e gestionale vive sempre borderline, in una posizione tra il sopravvivere e il crollare. Basta vedere, per esempio, quante squadre, anche professionistiche, da un anno all’altro non riescono a iscriversi al campionato per via dei costi di gestione. Lo sport non sempre riesce ad avere una situazione economica sana, forse questo momento insegnerà anche al mondo dello sport che più alto è il livello più è attività imprenditoriale. Bisogna insomma accantonare, programmare e prepararsi a momenti di crisi come questo”.

Come vedi la nuova generazione dell’atletica italiana?

“Siamo diventati una nazione di saltatori, di velocisti, di staffettisti. Specialità più attrattive per i ragazzi, più divertenti. In Italia c’è un ricambio generazionale in atto, resta il fatto che l’atletica mondiale esprime una competitività e una professionalità ad altissimo livello ed è lì che noi non riusciamo a pareggiare il conto.

Perché in un mondo dove sono i particolari a fare la differenza e a permetterti di vincere, dove più mezzi hai a disposizione per esprimere il talento dei tuoi ragazzi ecco, lì noi non siamo competitivi. Ci sono tanti gruppi di allenamento in giro per il mondo, ambienti dove la professionalizzazione e la disponibilità di impianti e tecnologie è massima ed è da lì nascono i risultati che tutti quanti vediamo. Anche laddove non ci sono le strutture o le persone altamente qualificate, si emigra e si va dove queste strutture ci sono. Per imparare.

La mia preoccupazione è anche per i ricambi degli attuali numeri uno azzurri. Penso al settore giovanile. Temo che l’emergenza cambierà la testa e le abitudini delle persone, quindi anche dei genitori dei ragazzi più piccoli. Non so quanti torneranno al campo dopo tutto questo…”

Un ultimo focus sui top, uno su tutti: Filippo Tortu. Fin dove può arrivare?

“Filippo ha fatto grandi passi avanti a livello mentale partecipando a camp di allenamento con sprinter britannici e questa può essere la chiave per il salto di qualità.

Perché allenarti da solo in Italia ti permette di fare buone cose però non c’è mai il confronto con qualcuno forte come te o più forte di te. 
Quello che Filippo deve continuare a fare è continuare a confrontarsi con atleti di livello internazionale frequentando gruppi di lavoro dove ci sono 4-5-6 sprinter più forti e questo è uno stimolo enorme a migliorare. Ci vuole valigia in mano e tanta voglia di fare, un po’ quello a cui sono abituati gli atleti di endurance.

Io ad esempio stavo fuori casa 180 giorni all’anno perché in inverno cercavo posti al caldo per allenarmi, cercavo la quota per esprimere meglio le potenzialità e perché avevo bisogno di andare a confrontarmi con quelli che mi davano una mano a trovare uno stimolo quotidiano nel migliorarmi. Non ci sono altre strade per emergere se non quella del lavoro fatto bene”.

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