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Francesca Grana

Integrazione e doping – Parla Rossetti: “Servono decisioni estreme. Controlli condizionati da federazioni e sponsor”

La positività di Abdellah Haidane ha rimesso al centro dell’attenzione il rapporto tra integrazione e doping. Se ne è parlato sabato pomeriggio 15 marzo, a Molinella (BO). L’evento era inserito all’interno della rassegna intitolata “Trasparenza assoluta”, organizzato dalla farmacia Sgarbi di Molinella. Principale relatore il fisiatra ferrarese Roberto Rossetti, ex medico della Fidal responsabile dei settori mezzofondo e maratona e consulente sanitario di squadre di ciclismo professionistico. Il “nostro” Saverio Fattori, curatore della rubrica “Dal web”, è intervenuto come moderatore.

«In una società di obesi iponutriti, con farmacisti sempre più spesso alle prese con prescrizioni di integratori dettate da mode temporanee o dall’intramontabile “sentito dire”, il confine tra integrazione e doping appare sempre più labile».

«Tanto più se il doping viene identificato come l’unico stratagemma non tanto, o non solo, per vincere, quanto piuttosto per riuscire a stare in gruppo».

Per non sparire in un universo di dopati, insomma, afferma Rossetti. E se le sensazioni provate grazie all’ “aiutino” sono esaltanti, tali da riuscire a sostenere carichi e ritmi di allenamento altrimenti impensabili, manca quasi la percezione di stare commettendo un’infrazione.

«Quello del doping è un problema culturale prosegue il fisiatra , esasperato da un pubblico e da un’audience televisiva sempre alla ricerca di prestazioni sensazionali. Se all’atleta viene continuamente richiesto il record del mondo, se una squadra deve scendere in campo 5 volte in 15 giorni, ecco allora che il doping finisce con l’essere un escamotage fisiologico».

Bando all’etica e via libera al sensazionalismo, insomma. Poco male se del doping non si conoscano le conseguenze con certezza. Poco male se atleti sempre più giovani cedono alle sue lusinghe. «Lo fanno tutti, cosa ci sarà poi di sbagliato?» è la domanda che pare latitare sottotraccia.

Il timore di essere scoperti non ha mai fermato nessuno, soprattutto se a non essere pulito è anche lo stesso sistema antidoping. Il relatore confessa il fondato timore di controlli falsati dalle pressioni di sponsor e federazioni, che avrebbero il potere di dirottare le analisi su certi atleti piuttosto che su altri.

 

«Se il doping è un problema culturale, culturale deve essere anche la soluzione. Per arginarlo servono decisioni estreme conclude Rossetti perorate proprio da chi finora ha reso lo sport merce e spettacolo. Scelte come quelle della televisione tedesca, ad esempio, che dopo i frequenti scandali doping al Tour de France decise di sospenderne la programmazione. O contratti di sponsorizzazione immediatamente recisi in caso di appurata positività». Tagli netti, insomma, ma indispensabili per riportare trasparenza a un ambiente poco limpido.