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Leggere il terreno: le nove situazioni più frequenti per i piedi del trail runner 

27 Agosto, 2018
Foto: Belinda Sorice

L’irregolarità del terreno fa parte del DNA del trail running. Il nostro coach di riferimento, Fulvio Massa, ha individuato nove situazioni base, per le quali ritiene valga la pena fissare alcune considerazioni di carattere tecnico.

1. La pietraia 

Una situazione frequente, soprattutto “in quota”. È il frutto dell’azione dell’acqua che s’infiltra nella roccia e ghiacciando aumenta di volume. La roccia a quel punto esplode, si frantuma. Si tratta di pietre instabili e questo è l’aspetto che genera difficoltà.

2. Il tratto esposto

È un’espressione presa in prestito dal mondo dell’escursionismo di montagna. La si usa per indicare quei passaggi ripidi in cui è necessario procedere aiutandosi con le mani oppure quei tratti di “cresta” della montagna ai cui lati si trovano strapiombi.

3. Il guado 

Il corso d’acqua in montagna è di solito stretto, incuneato tra due pareti. Sul fondo è quindi facile che siano presenti sassi, che possiamo usare come punti di appoggio per attraversare senza bagnare troppo scarpe e calze;

4. Il tratto “sporco”

L’erba alta che ci impedisce di notare il fondo di pietrisco, le foglie d’autunno che formano un soffice tappeto, quando sotto, in realtà, i nostri piedi vanno a contatto con buchi, ricci delle castagne, pietre. 

5. Il canalone

Nella conformazione della montagna si trovano “fossi inclinati”, profondi circa un metro, a volte molto ripidi, scavati dalle piogge che lì s’incanalano e che percorrono buona parte di un versante della montagna. Qui la corsa diventa più difficile, perché manca un minimo di base “piatta” su cui spingere col piede.

6. Il fango

La presenza di pantani e/o acquitrini è andata aumentando negli anni nel mondo del trail running in stretta relazione all’aumentare delle gare in appennino o comunque in “mezza montagna”.

Correre è faticoso perché viene quasi annullata la risposta elastica del piede e il terreno molto scivoloso costringe a un maggior impegno dei muscoli delle gambe.

7. La roccia liscia

La difficoltà è legata agli effetti del maltempo: pioggia e umidità rendono questi passaggi particolarmente scivolosi e anche le calzature tecniche da trail, di solito dotate di una suola caratterizzata da un ottimo grip, espongono il concorrente al rischio di scivolare. L’unica accortezza efficace è mantenere l’appoggio ben bilanciato, in modo che la linea di spinta si trovi a essere il più perpendicolare possibile alla superficie d’appoggio.

8. L’asfalto 

Per convenzione, nel trail running italiano i tratti asfaltati o cementati non superano mai il 10% del tracciato, il che non esclude che su percorsi particolarmente lunghi questa percentuale si traduca in diversi chilometri. È una fatica differente, quella della corsa su strada, ma almeno dal punto di vista della sicurezza delle articolazioni, caviglie in testa, è più facile da affrontare.

9. La neve

Sulla neve fresca si perde l’elasticità della spinta ma si va incontro a un’ammortizzazione naturale.

Sulla neve battuta la situazione assomiglia a una superficie regolare.

Sulla neve ghiacciata, quindi fondo duro, liscio e insidioso soprattutto in discesa, la scarpa con suola ben scolpita non è fondamentale; una qualche forma di sicurezza aggiuntiva può essere offerta dalle suole dotate di chiodini “grippanti” o dalle “catene da neve”, tipo “Yak Track”, da fissare alla scarpa.

Sulla neve “marcia”, resa morbida dall’innalzamento della temperatura, le condizioni di corsa richiamano quelle del guado, del fango o di canaloni.

Nota: Questo testo rappresenta una sintesi del servizio “Leggere il terreno”, di Fulvio Massa, pubblicato su Correre n. 407, settembre 2018 (in edicola a inizio settembre), alle pagine 54-57.

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