1 novembre 1998: vent’anni fa Franca Fiacconi vinceva la maratona di New York

elaborazione grafica Roberto Pisana
Di: Maria Comotti

Vent’anni fa, domenica primo novembre 1998, Franca Fiacconi vinse la maratona di New York in 2:25’17”, tempo che all’epoca rappresentava il primato italiano. Fu la quinta vittoria italiana (e l’unica in campo femminile) nella più importante maratona del mondo dopo le due di Orlando Pizzolato (1984 e 1985) e quelle di Gianni Poli (1986) e Giacomo Leone (1996).

L’anniversario ventennale dell’impresa della maratoneta romana è stato ricordato su Correre di settembre, con un’intervista curata da Maria Comotti e che qui di seguito riproponiamo.

 

“L’airone dell’Alberone”

«È una che lotta dall’inizio alla fine, un’atleta molto tenace. Se io sono la lepre, lei è il lupo affamato. Corro per sfuggirle, lei mi segue con le fauci spalancate e l’acquolina in bocca.» A parlare è Giorgio Calcaterra, ricordando l’esperienza della maratona di Praga fatta insieme a lei e l’atleta che della determinazione contro tutto e contro tutti ha fatto il suo marchio di fabbrica è Franca Fiacconi, nota come “l’airone dell’Alberone” (il quartiere di Roma dove è nata e cresciuta) e “la regina di New York”. Ed è proprio nella Grande Mela che vent’anni fa, il primo novembre 1998, in tenuta rosso Ferrari e con una risata liberatoria, taglia il traguardo della maratona più nota e amata dal popolo dei runner, con un 2:25’17” che quell’anno è record italiano e 21ª prestazione mondiale all time.

 

Una passione che non si spegne

«New York è stata la mia rivincita», dichiara decisa Franca Fiacconi, che anche quest’anno sarà sul ponte di Verrazzano, ai nastri di partenza per la diciassettesima volta «pronta a festeggiare, a battere il cinque ai bambini e a emozionarmi come se fosse la prima» anche se, dal 2008 a oggi, partecipa in una veste diversa, come testimonial di un’agenzia romana che porta gli amatori a correre quella gara, ora che è diventata trainer, forte della sua laurea in Scienze Motorie ma soprattutto dell’esperienza maturata sul campo e dei suoi successi. «Mi piace molto oggi seguire gli amatori – osserva l’atleta – perché posso trasferire a ognuno di loro la passione che mi lega, sempre e comunque, alla corsa: un amore fatto di libertà ma anche di tanta disciplina. So che la cosa fondamentale, nel rapporto con un runner, è saper ascoltare quello che dice ma anche quello che non dice e comunica fra le righe, per stabilire un rapporto diretto e produttivo

 

L’eterna rivincita

Quando qualcosa va storto, arriva sempre Lei a risistemare le cose. La maratona di New York Franca Fiacconi l’aveva “annusata” nel 1992, quando correva la distanza regina da soli tre anni, arrivando dodicesima. Bisognerà aspettare il 1996 per il primo podio. Era l’anno delle Olimpiadi di Atlanta ma la Fiacconi, nonostante avesse fatto la miglior prestazione italiana, non viene convocata. «Delusione massima – ricorda –, io che di mio sarei una persona tranquilla e riservata se il mondo mi lascia in pace, divento però un rottweiler se vengo provocata.» Insomma, la Jessica Rabbit del running sfoga la sua rabbia sull’asfalto dei vialoni newyorchesi e arriva seconda. L’anno successivo incappa in un infortunio, ma alla convocazione per i Mondiali di Atene non dice no. «Sono sempre stata a disposizione per la maglia azzurra, anche se correvo con una gamba sola.» Giunge tredicesima, ma poi decide di rifarsi a New York e questa volta è bronzo.

Ed eccoci al 1998. L’anno degli Europei di Budapest, ad agosto, «per i quali avevo finalizzato tutti i miei sforzi» racconta Franca Fiacconi, che pure aveva già inanellato una serie impressionante di vittorie (Roma-Ostia, Maratona di Roma quasi con il record italiano, Campionati italiani a Torino). Ci arriva un po’ stanca, ma l’allenatore di allora (Romano Tordelli, ma l’hanno seguita anche Massimo Magnani, Luciano Gigliotti e alla fine il marito Luciano Milani) le dice di non rallentare i ritmi di allenamento. «Ero in overtraining e il mio fisico se la prese da sola la pausa, con una bella febbre dieci giorni prima della gara. E quel giorno le gambe non erano le mie, avevo difficoltà a respirare e a tenere mentalmente. Sono arrivata quarta a pochi secondi da Maura Viceconte e la medaglia di legno mi ha fatta infuriare

 

Una gara magica

Rabbia? No problem, dopo tre notti insonni Franca Fiacconi decide di andare a New York. «Ero consapevole che la Loroupe, combattiva e front runner, doveva essere il mio punto di riferimento. Ma con lei dovevo fare la gara a modo mio.» Anche l’atleta keniota sa con chi deve vedersela. Quando incontra la nostra runner le dice: «Fiacconi, su mezza maratona no fear, su maratona fear.» E ha proprio ragione: Franca si mette in modalità locomotiva e tira tantissimo. Non le va giù che la Loroupe abbia più tifo di lei, non le vanno giù tante cose successe negli ultimi anni e tutto questo diventa combustibile per la sua corsa. «O la va o la spacca – racconta la Fiacconi –, sapevo che se fossi entrata in testa a Central Park avrei potuto scatenarmi sui saliscendi. E così è stato: come ho visto un attimo di sofferenza della mia rivale ho sferrato un attacco a cui lei non ha risposto e ho potuto correre gli ultimi chilometri ridendo come una pazza, spinta da una gioia incontenibile

Ora è lei la regina e anche nel 1999 la 42,195 km della Grande Mela arriva a puntino per rifarsi da un anno di chiaroscuri (vittoria a Praga, ma poi rottura del braccio tre giorni prima dei Mondiali di Siviglia), regalandole un quarto posto in 2:29’49”. Nel 2000, l’anno delle Olimpiadi di Sidney (Franca non è nella rosa dei convocati), New York le regala ancora un bel brivido: sfiora infatti nuovamente la vittoria, arrivando a soli 18” dalla prima. Non c’è niente da fare, è proprio la sua maratona, tanto che nel 2001, nonostante venisse da un infortunio, l’atleta ha voluto renderle omaggio correndola nell’anno funesto delle Torri Gemelle.

 

Colpo di fulmine tardivo

E dire che a Oscar Barletta, il primo tecnico che le propose la maratona, rispose che quella competizione da atleti a fine carriera lei, allora mezzofondista anche di buone speranze, non l’avrebbe mai corsa. Poi con il suo esordio a Roma, nel 1989 (un secondo posto), scattò «il secondo colpo di fulmine, quello per una disciplina che mi ha dato tantissimo – dice la Fiacconi –. Il primo amore è per la corsa in generale, una passione che ho fin da piccola, quando in cortile facevo le gare di resistenza con i miei amici, quando mi allenavo con gioia nonostante gli impegni del liceo scientifico e poi dell’università. Correvo, guardavo le stelle con il mio telescopio ed ero felice.» E 44 maratone e 2 ultramaratone dopo l’amore e la propensione innata per la disciplina rimangono gli stessi. Insieme al carattere forte e determinato, che ha fatto tanto vincere Franca Fiacconi, ma anche tanto lottare, con coraggio e un pizzico di follia. La stessa follia che durante la Marathon des Sables, vinta nel 2001, le faceva ammassare nello zainetto le rocce del deserto «perché erano meravigliose, come la natura che mi circondava», conclude la Fiacconi, ancora conquistata da quella magia.

 

Nota: Questa intervista, curata da Maria Comotti, è stata pubblicata su Correre n. 407, settembre 2018, nel servizio intitolato “La regina di New York”, alle pagine 94-97.

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