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Silvia Trigueros Garrote, la Regina del Tor

11 Settembre, 2021
Foto Maurizio Torri

Un carattere indomito, tipico del popolo basco, un palmarès impressionante, una vita normale: dopo le due vittorie consecutive nel 2018 e 2019 Silvia Trigueros Garrote è considerata la “Regina del Tor” ed è stata l’atleta di copertina di Correre agosto.

Vincere il Tor des Géants è il sogno di tutti gli ultra-trailer che si sono lasciati stregare dal fascino dei chilometri infiniti sui profili delle montagne. Vincerlo per due volte è una consacrazione, il segno tangibile di essere entrati in quell’Olimpo di atleti che lasciano una traccia nella storia di questa disciplina sportiva.

Vincerlo due volte di seguito e far segnare anche il nuovo record della corsa è un’impresa da mandare agli annali, riuscita a Silvia Trigueros Garrote (per esteso Silvia Ainhoa Trigueros Garrote) nell’ultima edizione della gara valdostana. Silvia, atleta basca dal carattere indomito tipico di quel popolo, corre per il team dell’italiana Scarpa: oggi è considerata la “Regina del Tor” dopo le due vittorie consecutive del 2018 e del 2019. Nell’ultima edizione, quella prestigiosa del decennale, ha chiuso la gara in 85:23’15”, stabilendo il record femminile della corsa. Una gara condotta sempre in testa dal primo all’ultimo dei 330 km del percorso, che l’ha portata ad aggiudicarsi un incredibile sesto posto nella classifica generale.

Silvia Trigueros Garrote è stata la runner copertina di Correre di agosto. Alla vigilia della sua partecipazione al TOR330 – Tor des Geants 2021 (partenza domenica 12 settembre) riproponiamo l’intervista realizzata da Leonardo Soresi.

Silvia, raccontaci un po’ com’è iniziato tutto. Da ragazzina praticavi qualche sport?

«Da piccola ero una niña muy movida – come direste voi? – un “terremoto di vivacità”. Per un po’ di anni ho praticato nuoto con le mie sorelle, ma quando loro hanno smesso, ho lasciato anch’io.

Per un po’ di anni non ho poi più fatto sport in maniera agonistica, ma i miei genitori ci portavano spesso in montagna. E a 17 anni ho iniziato ad appassionarmi alle grandi traversate sui Pirenei e sulle Alpi. Erano veri viaggi che duravano intere settimane, sempre con lo zaino in spalla.

E poi a 33 anni hai iniziato a correre. Qual è stata la molla per questo cambiamento? Ci racconti della tua prima gara?

«Ho iniziato ad arrampicare con l’uomo che sarebbe diventato mio marito. Poi sono arrivati i bambini e il tempo era prezioso, tra lavoro, casa, figli. Sentivo il bisogno di fare qualche attività per restare in forma: così ho cominciato a correre vicino a casa e, poiché viviamo proprio vicino al Parco Naturale di Urkiola, capitava spesso di dover correre su qualche pendenza!»

«Un giorno mio cognato mi raccontò che si era iscritto a una mezza maratona di montagna e così mi sono offerta di accompagnarlo. In quella prima gara ho sofferto molto, non andavo in montagna da più di un anno. Eppure, allo stesso tempo, mi è piaciuto: da quel momento non ho più smesso. Nel 2010, dopo un anno che correvo, ho partecipato a una gara storica in “Euskadi”, i miei Paesi Baschi. Era la Hiru Haundiak di 100 km e più di 10.000 m di dislivello, con un percorso che unisce le montagne più alte di ogni provincia basca. È stata una folgorazione e ho capito subito che ero fatta per le gare di lunghissima distanza: erano la cosa più simile alle grandi traversate escursionistiche che avevo fatto prima di avere i figli.»

Hai avuto un “modello”, un atleta che ti ha ispirato in questi primi anni?

«No, non ho mai avuto un “idolo” o comunque un corridore cui ispirarmi. Però posso dirti che dopo un paio d’anni di allenamento serio, un giorno, su una salita molto dura, ho faticato non poco per raggiungere un terzetto di atleti che saliva davanti a me. Tra di loro c’era una donna piuttosto anziana: solo in seguito ho scoperto che aveva 60 anni e che era stata un’atleta basca molto importante. Mi ha ispirato per molto tempo e quando mi trovavo in difficoltà in qualche gara e smettevo di correre, pensavo “Lei qui correrebbe…” e così riprendevo almeno a corricchiare.

Oggi un atleta che ammiro molto è il ciclista Mathieu Van der Poel, per il modo con cui affronta le gare, lottando fino alla fine senza curarsi degli altri. Ecco mi piace quell’atteggiamento, quell’ambizione, penso che manchi nei giovani che oggi si avvicinano al trail.»

A proposito di Tor des Geants: hai vinto le ultime due edizioni, sei arrivata seconda nel 2017 e quinta nel 2016. Sembra una gara disegnata proprio sulle tue caratteristiche di atleta appassionata di grandi traversate in montagna…

«Il Tor ha segnato un prima e un dopo nella mia vita di atleta. È sicuramente una corsa che si sposa bene con le mie qualità atletiche. Però io non riesco proprio a considerarla una gara, piuttosto un’avventura in cui tra ciò che pianifichi e ciò che viene fuori … può passare un mondo intero!

Nel 2016, ero alla mia prima partecipazione, ho passato tutto l’anno a prepararla, con mille dubbi e allo stesso tempo con grande entusiasmo. Penso di non essere mai stata così allenata come quell’anno, eppure in gara mi sono trovata molto in difficoltà, è stata una delle pochissime volte in cui ho pensato di ritirarmi. Ma sono arrivata fino in fondo e sapevo che potevo fare meglio ed è per questo che sono tornata. E questo continua a capitarmi con il Tor: ogni volta sento che avrei potuto fare meglio, avrei potuto evitare degli errori o osare di più in certi tratti, essere più veloce. So che posso migliorare ancora il mio record e questa è una fortissima motivazione per continuare ad allenarmi. Ed è per questo che quest’anno tornerò: c’è ancora margine di miglioramento o almeno così pensa mio marito e di solito lui non sbaglia mai. E poi tornerò perché la Valle d’Aosta ci piace moltissimo e ci siamo stati molte volte in vacanza: stiamo molto bene con la gente della Valle e anche in gara il calore del pubblico e dei volontari è incredibile.»

Hai abbassato il record di 2 ore e 27 minuti e sei arrivata sesta in classifica generale: mi pare un esempio evidente di quanto le differenze tra uomini e donne si assottiglino con l’aumentare dei km.

«Non solo tra uomini e donne, ma anche tra giovani e “anziani”, perché dopo 50-60 ore di gara oltre alla forza e alla resistenza entrano in gioco altri aspetti, come la gestione dell’alimentazione o del riposo. E l’esperienza accumulata negli anni diventa un fattore importantissimo. Nell’edizione 2016, il mio debutto, ero prima e arrivai quinta, chiudendo in 109 ore quando mi ero prefissa un crono di 90 ore. Eppure è da quell’esperienza “negativa” che ho cominciato a vedere come il mio corpo si adattasse alle circostanze e negli anni successivi ho affinato sempre di più questa capacità di adattamento. Per esempio nel 2019, l’edizione del record, sono riuscita a terminare la gara senza dovermi mai fermare per dormire.»

Non hai mai avuto paura, stando così, da sola, in montagna per molte ore? Che suggerimenti daresti alle donne che si avvicinano al trail running?

«No, penso che in montagna ci siano meno pericoli di quanti ce ne possano essere in città: non mi capita quasi mai di aver paura. Piuttosto sono convinta che sia più pericoloso correre a certe ore sull’asfalto di una strada di città che di notte in montagna.

A tutte le donne posso consigliare di iniziare a correre con un gruppo di amici, così da divertirsi in compagnia e imparare da quelli più esperti. Poi quando si sentiranno più a loro agio, potranno alternare uscite in compagnia e uscite in solitaria. E proprio quando si è sole ci si rinforza: all’ultimo Tor, dal 50° km fino al traguardo, sono stata praticamente sempre sola, ma non mi pesavano le 3, 4, o 5 ore tra un ristoro e l’altro dove mi aspettava mio marito.»

Qual è il tuo segreto per essere una top runner e una donna che lavora e che si prende cura dei figli? Come fai a trovare il tempo necessario per allenarti?

«Non credo ci sia un segreto particolare. Forse è più importante avere ben chiaro perché corri, se lo fai perché ti piace o per altri motivi. Io lo faccio perché mi piace, perché mi aiuta molto anche a relativizzare i problemi e togliere lo stress dal lavoro, e ricordarmi che non vivo per questo.»

«Come trovare il tempo per allenarsi? Beh, intanto smettendo di fare altre cose, ad esempio non guardare la televisione. Personalmente, poi, mi sono abituata ad alzarmi presto così da guadagnare delle ore in cui i figli dormono ancora. E poi devo ringraziare mio marito per tutto il suo supporto, senza di lui tutto questo sarebbe impossibile.»

Oggi corri con il team Scarpa, con atleti del calibro di Marco De Gasperi, Manuel Merillas, Elisa Desco, Daniel Jung e molti altri. Perché hai scelto l’azienda italiana?

«In questi anni mi sono specializzata in gare non solo lunghe ma anche tecniche, in cui le qualità di grip e stabilità sono essenziali. Così, prima di scegliere Scarpa, avevo bisogno di essere assolutamente sicura di trovarmi bene con le loro calzature. Le ho messe alla prova in ogni condizione, su erba e su roccia, sull’asciutto e con il “sirimiri”, la pioggia fine e persistente che cade su Bilbao. E poi ancora su fango, rocce bagnate, ghiaioni, insomma in tutte le condizioni in cui un trail runner si trova a correre durante l’anno. Ecco: solo a quel punto, quando mi ero tolta ogni dubbio, ho sposato il loro progetto.»

Oltre a Silvia Trigueros Garrote, per il team Scarpa saranno al via della dodicesima edizione del TORX anche Joe Grant e Pablo Criado Toca.

Da quest’anno l’azienda di Asolo è inoltre Sponsor Gold dell’evento di trail running organizzato da VDA Trailers e capace di richiamare l’attenzione e l’entusiasmo del pubblico da tutto il mondo. La partnership valoriale tra le due parti durerà tre anni e si fonda su ideali condivisi: in primis l’amore per la montagna e l’importanza del prendersene cura.

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