I sessant’anni di Alberto Cova 

Foto: Michele Tusino
Di: A cura della Redazione

Ai più giovani dei nostri lettori ricordiamo che Alberto Cova è stato Campione europeo (1982), mondiale (1983) e olimpico (1984) sui 10.000 m. È nato a Inverigo (CO), il primo dicembre 1958.

Sabato primo dicembre 2018, quindi, compie 60 anni.

A questo particolare compleanno è dedicata l’intervista effettuata da Walter Brambilla e pubblicata sul numero di dicembre di Correre. 

Ve ne proponiamo uno stralcio.

Arriva puntuale. Anzi, qualche minuto prima del previsto. E non sarebbe potuto essere diversamente. Chi l’ha conosciuto negli anni d’oro dell’Atletica (notare l’iniziale maiuscola) sa benissimo che Alberto Cova aveva come marchio di fabbrica la puntualità, specie nel raggiungere gli obiettivi o nel collezionare successi. Lo incontro al campo XXV Aprile di Milano, a ridosso del Monte Stella, luogo cult degli amatori milanesi e territorio di lavoro della mitica Pro Patria negli anni Ottanta. Prima di addentrarci nella nostra chiacchierata, è bene dire che Alberto Cova nelle sue risposte ha nominato un numero infinto di volte Giorgio Rondelli (il suo tecnico) e Primo Nebiolo (presidente mondiale della Iaaf, mancato nel 1999). Ma veniamo al perché del nostro incontro: l’1 dicembre Alberto compie 60 anni. Incredibile, ma è così. Nonno da pochi mesi di Pietro, figlio della sua secondogenita Elisa, il suo fisico non è cambiato molto rispetto a quando mulinava le gambe sulle piste di tutto il mondo. Nonostante l’autunno fosse già cominciato il giorno del nostro incontro faceva ancora caldo, così la nostra conversazione è avvenuta su una panchina all’ombra ed è stata spesso interrotta dai saluti di persone che entravano e uscivano dagli spogliatoi del centro sportivo. 

Ci dia una definizione per ognuno dei suoi grandi successi, gli ori sui 10.000 m agli Europei 1982, ai Mondiali 1983 e alle Olimpiadi 1984.

«Ad Atene ’82 ero un outsider. Dal 1979 gareggiavo per la Pro Patria, era cominciata una scalata verso vette che neppure mi sarei immaginato. I “sintomi” di questo si manifestarono nel 1980, quando a Tokyo vinsi una gara internazionale sui 5.000 m. Ad Atene non ero tra i favoriti. Per Helsinki ’83 (per chi scrive la voce roca di Paolo Rosi che urla: “Cova, Cova, Cova, Covaaaa” è indimenticabile, nda) sceglierei la parola “consapevolezza”. Avevo già vinto l’Europeo e, anche se gli africani viaggiavano già forte, gli uomini del vecchio continente erano ancora in sella. Tutti ricordano la mia volata, meno il tempo finale di 28’01”04, non eccezionale, ma va ricordato che prima si corse la batteria e che lì il portoghese Mamede tirò il collo a tutti, chiudendo in 27’40”. A Los Angeles ’84 associo il termine “determinazione”. Ci voleva quella. Ci fu una lunga fuga a due con Vainio, che conduceva e cercava di cuocermi a fuoco lento. Il bello era che pensavo di avere dietro altri atleti, invece, quando lui attorno al 9º km si spostò leggermente chiedendomi il cambio, mi accorsi che eravamo solo noi due. Giorgio e io lo avevamo studiato. Eravamo in Finlandia ad allenarci e seguimmo in tv i loro Campionati nazionali. Il fondista finlandese adottò la stessa tattica: dopo 5 km chiuse con un parziale di 13’30”.»

Nota: Questo testo rappresenta la parte iniziale del servizio “Sessant’anni d’oro”, di Walter Brambilla, pubblicato su Correre n. 410, dicembre 2018 (in edicola a inizio dicembre), alle pagine 86-87.