Venanzio Ortis, 40 anni dall’oro europeo

Elaborazione grafica Roberto Pisana.
Di: A cura della redazione

Quarant’anni fa. È il 2 settembre del 1978 quando, agli Europei di Praga, un giovane talento di origine friuliana, Venanzio Ortis, vince il titolo sui 5.000 metri dopo aver conquistato anche l’argento sui 10.000 m. A 40 anni da quel risultato, che segnò l’inizio di un’epoca d’oro per la disciplina in azzurro, riproponiamo l’intervista pubblicata su Correre di luglio e nella quale Danilo Mazzone ha ripercorso, insieme al diretto interessato, quei giorni e tutta la carriera di Venanzio Ortis

Tutto parte da Paluzza, paese di poco più di duemila anime in provincia di Udine, a qualche chilometro di distanza dall’Austria. Carnia. Quasi Mitteleuropa. “MittelItalia”? «Direi di no ˗ dice Venanzio Ortis ˗ siamo italiani e basta. Certo, siamo abituati alle durezze dell’inverno, alla neve, al freddo: abbiamo visto da vicino conflitti mondiali, viviamo in una terra di confine, ma non ci sentiamo certo austriaci.»

Dai monti alle piste

Venanzio nasce il 29 gennaio 1955. Papà muratore, madre casalinga. Il ragazzino è tanto vivace che nel tempo libero la mamma lo affida allo zio Gaetano Di Centa, sciatore di fondo (padre dell’olimpionica Manuela): «Sperava che lo sport mi stancasse e mi calmasse un po’. D’altronde in inverno a Paluzza non c’erano alternative: quel poco di attività motoria consentita era sugli sci». Nel 1969 vince i Campionati italiani allievi: «Però, contemporaneamente, in estate iniziai a correre. A Paluzza si disputava il Trofeo Gortani di corsa in montagna». Un segno del destino: anche Ortis, come il grande geologo e uomo politico friulano (il Michele cui era intitolato il trofeo, ndr), ama la montagna, la natura in generale. Arriverà a quattro esami dalla laurea in Scienze Forestali.

La montagna, i sentieri innevati, con il tempo cedono tempo e spazio alle piste, anche se non si tratta certo di impianti all’avanguardia: «Vinsi in 2’42” i 1.000 m dei Giochi della Gioventù a Timau, ultimo comune prima dell’Austria. Le curve? In corrispondenza dei corner del campo di calcio». Si qualifica per la finale nazionale a Roma, dove, per uno strano caso del regolamento, è inserito nella seconda batteria e non può fregiarsi del titolo, ma scocca la scintilla del mezzofondo, complici gli studi del triennio di Istituto Tecnico a Tolmezzo. Il tecnico Franco Colle si accorge delle sue grandi qualità. Fisico longilineo, carattere taciturno, un po’ chiuso. «Mi ci ritrovo, è vero – dice Ortis –. Con gli anni sono cambiato, ma in gioventù ero così.» In arrivo alcuni episodi che saranno fondamentali: «La Libertas Udine, con la Regione Friuli-Venezia Giulia, creò una struttura di college. Con me c’erano il saltatore in alto Bruno Bruni e il lunghista Maurizio Siega. Prima, praticamente, non mi ero allenato».

Viaggi e prime gare

Il ragazzo taciturno fa una grande competizione al Cross delle Nazioni di Monza del 1974: è secondo fra gli juniores. Gli è davanti solo l’americano Kimball. «Finite le superiori, la Fidal ci consentì un periodo di gare all’estero, in Argentina. Enzo Rossi, l’allora direttore tecnico, ci gratificò di un viaggio premio a Buenos Aires. Scoprimmo (ero insieme a Carlo Grippo e Giuseppe Gerbi) un’Argentina ricca di gare su strada e di impianti sportivi privati polifunzionali, dove si praticavano rugby, equitazione… una bella sorpresa. Ricordo un titolo del giornale La Prensa: “Los italianos son a ganar”.» Qualcuno, anni dopo, ebbe a dire come Venanzio fosse stato troppo sensibile alle sirene delle gare on the road. «Smentisco nella maniera più assoluta – afferma Ortis –. Non ho mai pensato di mettere in secondo piano allenamenti e pista.»

Arriva poi un’altra trasferta che gli cambia la vita: «Un magnifico raduno in Australia e Nuova Zelanda nel 1977. Andai là con Gerbi, Gabriella Dorio e il professor Lucio Gigliotti. Conoscemmo campioni come John Walker, Rod Dixon, Dick Quax e con loro metodologie come il bigiornaliero. Imparammo a non avere paura della fatica. A Christchurch corsi i 5.000 m su una pista in erba in 13’27”». Ed è la svolta: «Ricordo un allenamento sulla pista durissima di Paluzza, poco prima della stagione estiva del 1978: 1 x 5.000 m, 1 x 4.000 m, 1 x 3.000 m, 3 x 1.000 m, al ritmo di 2’42” ogni mille, con poco recupero», dice.

Secondo con record

Europei di Praga, 29 agosto 1978, finale secca dei 10.000 m. Forte del nuovo record italiano sui 5.000 m (un 13’20” ottenuto a Zurigo qualche settimana prima, impensierendo fino all’ultimo il formidabile Henry Rono), Venanzio si accoda al gruppo di testa, dove gli inglesi Black e Foster tirano il collo a tutti fin dall’inizio: «Non volevano portarsi dietro troppa gente agli ultimi giri. A circa 600 m dalla fine, Brendan Foster allunga. L’ho seguito subito ma, invece di superarlo, mi sono accodato e il finlandese Marrti Vainio ha trovato quel quid in più per sorpassarci». “Nanto”, come era soprannominato, è argento con record italiano in 27’31”. «Da quel momento non fui più considerato un outsider – dice –. Eppure ci volle un bel discorso da parte di Enzo Rossi perché prendessi parte ai 5.000 m. Non volevo correre, mi sentivo appagato; però mi convinsero.»

Campione in stato di grazia

Il 2 settembre 1978 l’Italia scopre il mezzofondo grazie all’incredibile finale di dodici giri e mezzo che sembrano una sorta di roulette russa, anzi ceca. O forse un racconto kafkiano (siamo o non siamo a Praga?), ricco di sorprese. L’iniziativa dell’inglese Nick Rose non scompagina il gruppo di testa, così alla campana sono in sei a guidare. Va in testa l’eterno Vainio, replica il talentuoso svizzero Markus Ryffel, quando ecco che Ortis trova un varco a circa 80 m dal traguardo. Ryffel non riesce a replicare, Ortis è in testa e, con un metro di vantaggio, tiene a bada la chioma bionda del russo Fedotkin. «Ho capito di aver vinto solo sul traguardo – ricorda –. È stata dura solo tatticamente; in quei giorni tutto mi riusciva facile, ero in uno stato di grazia.» Campione d’Europa in 13’28”, Venanzio inaugura un ciclo virtuoso che sarà contrassegnato dal titolo europeo di Alberto Cova sui 10.000 m quattro anni dopo, vedrà poi Stefano Mei vincitore di oro e argento a gare invertite a Stoccarda ’86 e il magnifico Salvatore Antibo con la doppietta 10.000 m-5.000 m a Spalato 1990. Il primo a fare sognare gli italiani, però, quarant’anni fa, fu il ragazzo di Paluzza. Nella fredda estate di Praga.

Avversari e assenti nella capitale ceca

Lasse Viren (Finlandia). Il grande assente. Peccato, perché avrebbe incrementato il tasso “finnico” della manifestazione (vedi Vainio). Due volte campione olimpico (su 5.000 m e 10.000 m) a Monaco ’72 e Montreal ’76.

John Treacy (Irlanda). È medaglia di legno nel convulso finale dei 5.000 m di Praga. Campione mondiale di cross nel ’78 e ’79. Di lì a poco farà una bella carriera in maratona (secondo all’Olimpiade di Los Angeles).

Markus Ryffel (Svizzera). Secondo ex aequo con Fedotkin nei 5.000 m di Praga (13’28”). Atleta dalla classe cristallina, avrà l’acme in carriera a Los Angeles ’84 (secondo sulla stessa distanza dietro a Said Aouita).

Martti Vainio (Finlandia). La “renna” finnica vola sui 10.000 m (27’30”), ma sui 5.000 m recita un ruolo secondario (sesto). Secondo sui 10.000 m a Los Angeles ʼ84 (dietro ad Alberto Cova), verrà clamorosamente squalificato per doping.

Brendan Foster (Gran Bretagna). Mezzofondista di grande valore anche su distanze inferiori. Terzo agli Europei di Helsinki ’71 sui 1.500 m. Oro agli Europei di Roma sui 5.000 m (13’17”). È terzo dietro a Ortis sui 10.000 m.

Ilie Floroiu (Romania). Il “piccolo, generosissimo Floroiu” (definizione del povero Paolo Rosi). Il più forte mezzofondista di tutti i tempi di Bucarest e dintorni, è quinto nei 5.000 m e settimo nei 10.000 m di Praga con 27’40”.

Waldemar Cierpinsky (allora Germania Orientale). Il campione uscente della maratona di Montreal non è in gran forma sui 10.000 m di Praga. Viene doppiato impietosamente dal gruppo di testa a 800 m dalla fine. Si rifarà due anni dopo con l’oro a Mosca sui 42 km.

Aleksandr Fedotkin (allora URSS). Buon finisseur, con personali di qualità anche sulle distanze minori. Secondo ex aequo con Ryffel nel drammatico finale dei 5.000 m. Sarà ottavo sulla stessa distanza nel 1980 a Mosca.

 

Accadde nel ʼ78 – Nell’atletica

L’estate di Henry. Il keniota Henry Rono vive una primavera e un’estate di fuoco stabilendo quattro record mondiali in tre mesi: inizia a Berkeley (USA) con un 13’08” sui 5.000 m (l’8 aprile), continua il 13 maggio a Seattle (sempre negli USA) con 8’05” (3.000 siepi), insiste l’11 giugno a Vienna sui 10.000 (27’22”) e conclude con 7’32” sui 3.000 m a Oslo (Norvegia) il 27 dello stesso mese.

La Simeoni vola. L’8 agosto a Brescia Sara Simeoni sale fino a 2,01 m, record mondiale dell’alto. Qualche settimana dopo la ragazza di Rivoli Veronese vince il titolo europeo a Praga in una rassegna che vedrà anche i successi di Pietro Mennea (su 100 e 200 m).

Re Bill. Il 1978 consacra signore della maratona l’americano del Massachusetts Bill Rodgers, che fa una doppietta di classe New York-Boston. Rodgers stabilisce anche la miglior prestazione mondiale sui 10 km su strada in 28’36”.

Magnani sui 42 km. Il 30 aprile il ferrarese Massimo Magnani vince a Roma il Campionato italiano di maratona in 2:16’46” davanti a Paolo Accaputo (2:18’36”) e Michelangelo Arena (2:20’53”). Il 3 settembre sarà sesto agli Europei di Praga in 2:12’45”, nella prova vinta dall’allora sovietico Leonid Moyseyev (2:11’57”).

 

Accadde nel ʼ78 – In Italia

Il caso Moro. Il 16 marzo a Roma, in via Fani, un commando delle Brigate Rosse rapisce il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e uccide i cinque uomini della sua scorta. Il corpo senza vita di Moro verrà ritrovato il 9 maggio nel baule di una Renault 4 in via Caetani.

L’assassinio di Impastato. Nel giorno del ritrovamento del cadavere di Moro, a Cinisi (PA), il giornalista e attivista Peppino Impastato, noto per le sue battaglie contro la mafia, viene ucciso su mandato del boss Gaetano Badalamenti.

Leone e Pertini. Il 15 giugno, a seguito delle numerose accuse, rivelatesi in seguito infondate, che lo vedevano implicato nello scandalo Lockheed, Giovanni Leone rassegna le dimissioni dalla carica di Presidente della Repubblica Italiana sei mesi prima dalla scadenza del mandato. L’8 luglio verrà eletto il socialista Sandro Pertini, partigiano durante la Resistenza.

I due papi. A Città del Vaticano muore Paolo VI. Il Patriarca di Venezia Albino Luciani viene eletto pontefice con il nome di Giovanni Paolo I. Morirà dopo appena 33 giorni. In seguito, il 16 ottobre, verrà eletto il cardinale polacco Karol Wojtyla (Giovanni Paolo II), primo pontefice non italiano dai tempi di Adriano VI (15221523).

Legge 194 e SSN. Il 22 maggio viene approvata la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Il 23 dicembre viene approvata quella che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale.