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Giancarlo Colombo

Pene… dell’inferno

Il “caso Licciardi”, ma soprattutto quello che si è appreso delle sue dichiarazioni alla procura antidoping del Coni, ricorda da vicino la trama di Acido Lattico, il romanzo di Saverio Fattori incentrato sulle paranoie di un runner di vertice, nel momento in cui si sente costretto a raggiungere l’eccellenza. Al nostro inviato speciale su Facebook (sua la seguitissima rubrica che apre, in ogni numero di Correre, la sezione culturale Anima Sana) abbiamo chiesto di commentare l’accaduto 

Occorre svuotare la faccenda Licciardi dall’aspetto grottesco e ridicolo dell’escamotage peniforme adottato per aggirare il controllo, anche perché anche se ha tanto divertito, arrivando a essere citata pure allo Zoo di 105, non è una novità. Questa cosa sa di vintage, chissà quanti atleti si sono accomodati nella saletta dell’antidoping con qualche oggetto di forma allungata nascosto nelle mutande. Bisogna saltare Molfetta e volare a Roma, alla procura antidoping del Coni dove Devis Licciardi ha reso la sua versione dei fatti davanti a Marco Vigna. Occorre leggere attentamente l’intervista apparsa sulla Gazzetta dello Sport giovedì 26 settembre resa in questa occasione. Ci sono degli elementi che ricordano la versione Schwazer, l’atleta crocefisso, l’atleta alle strette, condannato a doparsi per produrre risultati, perché deve essere una macchina perfetta, senza cedimenti fisici o psichici, perché è una Azienda che deve dare profitto, e il mondo esterno non deve sapere i tormenti, le pene, i patti con il diavolo, nemmeno potrebbe comprendere, non provateci nemmeno, voi non potete capire, godete delle nostre performance, ma credeteci, da dentro è un inferno vero. Licciardi fa un velato riferimento a stati depressivi nei quali era rimasto impantanato ,come se questo potesse giustificare una scelta così estrema. Questo punto di vista farebbe imbestialire il nostro commentatore RAI, Franco Bragagna, per lui l’atleta di vertice è un ragazzotto privilegiato che fa il gioco che gli piace fare, e non ha diritto alle autocommiserazioni, non deve elemosinare alcuna compassione.

In Licciardi, al contrario di  Schwazer, non c’è nessuna esibizione di pentimento, né di disperazione profonda. Mi sono reso ridicolo, figuraccia. Però è pragmatico: “O produci o vai fuori”. Traduzione: se non fai certi tempi non entri in un corpo militare. Se non vai in un corpo militare te lo scordi lo sport come professione. Se non mantieni nel tempo certe prestazioni esci dal giro, corri dopo l’ufficio e la domenica sono prosciutti e ceste alimentari. C’è tutto un mondo di atleti-categoria-a-rischio, uno strato di atleti di fascia intermedia, forti, ma forse non abbastanza forti. Gente che deve decidersi se trovarsi un mestiere normale o continuare con il sogno di essere qualcuno nel proprio sport, in una passione che hanno coltivato fin da piccoli e che confina con l’ossessione. Fino a quanto continuare a provarci ancora? Quanto può logorare questa condizione se è così di confine? Quanto è facile cedere alla farmacologia? Come è difficile tornare a gareggiare natural, quando hai provato quella forza chimica?

Rondelli dopo l’8:30 nei 3.000 siepi dell’atleta dell’Aeronautica aveva scritto un articolo sulla Gazzetta, perfino lui era stato in qualche modo “truffato”, una dimensione nuova, un tempo di livello europeo per un ragazzo che si era sbloccato psicologicamente. Ecco, io ho una stima immensa per Giorgio Rondelli, ma a volte credo che si dia troppa enfasi all’aspetto mentale per spiegare crolli e salite. Nell’approccio alla gara lo stato d’animo è di certo importante, ma questo è sempre subordinato all’efficienza fisica che predomina e impatta sull’umore, sulla sicurezza e sull’insicurezza.

Un anno fa Licciardi aveva commentato la foto di un atleta di buon livello, ma che non era ancora approdato a una società militare, con una vera e propria mazzata: “Ma Brancato non ha ancora perso la voglia di perdere tempo con l’atletica?” La foto, coincidenza, era stata scattata durante un campionato italiano su strada dello scorso anno, stessa gara capestro di Licciardi un anno dopo. Frase perfida, per nulla ironica, un episodio che aveva fatto un po’ di scalpore al tempo e aveva dato il via a una serie di post imbarazzati e scandalizzati. Pafumi, allenatore di Brancato, non aveva gradito e molti si erano sentiti colpiti da una stilettata così profonda e precisa, così lontana dai complimenti a raffica che spesso corredano le foto di atleti in corsa e che a volte mi annoiano.

È l’atletica, bellezza. Roba forte, che ti credevi? Odor di lavanda e boccioli di rose?