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foto: Olycom

Oggi, quarant’anni fa. Fiasconaro a Milano ricorda il record del mondo

27 giugno 1973. Sera tardi. Milano, Arena Civica, incontro di atletica Italia-Cecoslovacchia. Si può vincere come si può perdere per un punto, alla stregua di una partita di basket molto tirata. Le carte migliori sono state già giocate quasi tutte e hanno fatto il proprio dovere: Pietro Mennea ha vinto 100, 200 e 4×100 nonostante i postumi di un’infiammazione al nervo sciatico, Silvano Simeon nell disco ha fatto il record italiano, lo stesso ha fatto Enzo Del Forno nel salto in alto. Il tiro da tre che decide la partita sul filo della sirena è un doppio giro di pista che entra nella storia: Marcello Fiasconaro batte il ceco Jozef Placky, campione europeo indoor 1972 e stabilisce il nuovo record del mondo: 1’43″7. Quarant’anni dopo, oggi, Marcello, cittadino sudafricano residente a Johannesburg, ritorna nella città e sulla pista che lo ha consegnato alla storia dell’atletica. A palazzo Marino è stato l’ospite d’onore della presentazione Fidal dei campionati italiani assoluti (Milano, Arena Civica, 26-28 luglio). Poi un salto sul teatro di gara per le foto di rito.

Su Correre di giugno abbiamo dedicato ai quarant’anni del record un servizio composto dai contributi di Giorgio Rondelli, che ha allenato Fiasconaro, Filippo Pavesi, che ha confrontato le sue scarpe da gara (Adidas Titan) con i modelli di adesso, Cesare Monetti, che era andato a intervistarlo a Johannesburg in aprile, e Franco Fava, che era suo compagno in maglia azzurra in quella magica giornata.

Il testo di Franco è in cartella stampa nella presentazione di oggi, assieme a pochi altri contributi di prestigio 

Lo riproponiamo: 

Che notte quella notte all’Arena di Milano in cui eravamo tutti aggrappati alle ali di Marcello Fiasconaro nella sua lunga galoppata selvaggia contro il tempo. In cui la Nazionale azzurra batté la Cecoslovacchia per una manciata di punti (108-103) e l’Italia dell’atletica vedeva i sogni farsi realtà. E Pietro Mennea corse e vinse tre volte (100 m, 200 m e 4×100), nonostante i postumi di una infiammazione al nervo sciatico. E i 10.000 spettatori dell’Arena salutarono anche i record italiani di Enzo Del Forno nell’alto (2,19 m) e di Silvano Simeon nel disco (63,86 m). E le emozioni sembrava non dovessero finire mai in quell’Arena per una notte trasformatasi in ombelico del mondo.

Quarant’anni dopo quella magia milanese mi vengono ancora i brividi. Fui testimone diretto della volata infinita di March, perché il giorno prima avevo corso i 3.000 siepi e nella seconda serata ero a disposizione per i 5.000 m, che videro la doppietta di Tomasini e dell’indimenticato Zarcone. Sì, anche Luigi ci ha lasciato prematuramente, molto prima della Freccia di Barletta. Al mezzofondista palermitano Milano e l’Arena portavano bene: dalla Stramilano ai duelli vittoriosi con Franco Arese sui 1500 m.

Nella due giorni del match Italia-Cecoslovacchia, March aveva già portato punti preziosi dominando i 400 m in 45”9. La sera degli 800 m era sceso in pista con un forte mal di testa. Il giorno prima ci eravamo riscaldati assieme e mi aveva confidato che non vedeva l’ora di tornare a Johannesburg, dove l’attendeva la fidanzata Sally e il papà Gregorio. Era esausto dopo un mese di lavoro in Italia con Carlo Vittori a Formia. Di tanto in tanto dal Sudafrica arrivava Stewart Banner. Quella primavera, nella stagione sudafricana, March aveva già sbriciolato il limite italiano degli 800 m ben tre volte dal 7 al 27 aprile: dall’1’46”3 di Pretoria dietro Malan, all’1’44”7 di Johannesburg. Per questo c’era attesa per il duello con il ceco di Kosice, Jozef Placky, campione europeo indoor l’anno prima. Allora le regole Iaaf imponevano di correre in corsia le prime due curve. Particolare che favoriva March, più a suo agio senza lepri.

Il capolavoro

Alle 22.30 lo sparo. L’italo-sudafricano, maglietta azzurra e mutandine bianche, arrivò sul primo rettilineo impettito ma con un’azione fluida. Ai 400 metri Plachy, in tenuta bianca, lo seguiva come un’ombra. Nonostante un passaggio mozzafiato di 51”. Solo ai 600 l’avversario iniziò a cedere. E in quegli ultimi 200 metri March entrò per sempre nella storia dell’atletica: con 1’43”7 cancellò dall’albo dei record le leggende del doppio giro, Snell, Doubell e Wottle.

Con March avrei condiviso sudore e fatica, emozioni e progetti l’anno successivo nella mia prima tournée sudafricana. E Poi ancora nella successiva stagione australe. Quando a Johannesburg, sui campi di golf del Wanderers Club, correvamo anche due ore senza pause. Un certo Ivo Van Damme si presentava al mondo negli ultimi meeting internazionali di Pretoria, Port Elizabeth e Cape Town, prima di vincere l’argento negli 800 m sulla scia di Juantorena ai Giochi di Montreal ’76. E chi vi scrive cancellò Franco Arese dal libro dei record italiani dei 10.000 m correndo in 28’16”4 sulla pista del Green Point Stadium della Città Madre. Prima, poco prima, che su tutto lo sport sudafricano calasse definitivamente lo spesso velo delle sanzioni internazionali che sarebbero durate per sedici lunghi anni. Fino alla liberazione di Mandela (Franco Fava).