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Giacomo Leone vent’anni fa primo a New York

3 novembre 1996. La vittoria di Gianni Poli ha appena compiuto dieci anni quando un altro italiano si impone nella più prestigiosa maratona del mondo: è il brindisino Giacomo Leone a trionfare a New York, con 2:09’54”.

Quando e perché fu presa la decisione di correre a New York?
«Abbiamo scelto all’ultimo momento tra Venezia (sede della sua prima maratona, nel 1995, ndr) e New York. Alla fine Piero Incalza, il mio coach, mi disse: “Dai, Giacomo, andiamo a New York”. Avevo saltato l’Olimpiade di Atlanta in maniera amara, perché l’allora direttore tecnico aveva dichiarato che ero troppo giovane. Personalmente ero abbastanza incazzato. Fu una specie di scommessa, l’anno prima avevo corso a Venezia in 2:09’34” e volevo dimostrare di valere una prestazione importante. Indubbiamente New York poteva rappresentare un appuntamento imperdibile. Oltretutto non partivo certo fra i favoriti, non ero ancora conosciuto».

Ci può fare l’esempio di un allenamento decisivo prima di New York, di quelli che fanno pensare: “Ci siamo”?
«Ricordo un’estate passata ad allenarmi intensamente e a cercare la forma migliore con caparbietà, con Ottavio Andriani micidiale compagno di lavoro. Come seduta esemplare posso citare un 7 x 3.000 m a 3’02” al chilometro, con gli ultimi 3.000 m addirittura in 8’55”, recuperando di corsa a 3’10”. Lo svolsi su strada. Un lavoro che (un mese prima) mi aveva fatto capire che avrei potuto vincere. Sono allenamenti-test nella carriera di un maratoneta. Poi, anche un 5 x 4.000 m a 3’ al chilometro (ricordo anche il più veloce in 11’54”), con poco recupero. Anche queste ultime ripetute mi diedero una certa consapevolezza. Qualche settimana dopo, sulla scia di Moses Tanui, corsi la mezza maratona attorno a 1:02’00”. Chiaramente sono allenamenti che danno certezze, anche se la gara è sempre un’altra cosa».

Qual è il bello della Grande Mela?
«La folla che segue la gara e la passione che si respira. Due cose che si danno forza l’una con l’altra. Gareggi circondato da un muro di persone che incitano tutti, dal primo all’ultimo, senza distinzioni. E chiaramente tutto questo dà una carica speciale. Central Park, poi, è un’apoteosi. Quel giorno tutti ricordano il confronto acceso, incerto sino all’ultimo, con l’etiope Tummo Turbo, ma io vorrei evidenziare il fatto che là a ognuno si fa un tifo da campione, e per tutti i 42,195 km. Quando ti metti al collo la medaglia della maratona e cammini per la città, tutti ti fermano e ti dicono: “Bravo, ce l’hai fatta!”, sottolineando il valore dell’impresa personale. E lo dicono a tutti, senza chiedere né piazzamenti, né tempo all’arrivo».

Vincere a New York cambia la vita?
«Indubbiamente New York cambia la vita. Sono diventato “Re Leone”, ho ricevuto migliaia di proposte da organizzatori. Prima nessuno (neanche in Italia) mi conosceva come mezzofondista e all’improvviso sono diventato il vincitore di New York. Sono iniziate interviste, richieste di passaggi in Tv. In questo senso New York è anche un trampolino di lancio, un punto di partenza».

Che sensazione si ha quando ci si presenta la seconda volta e si è favoriti?
«Tornai a New York nel 1999, tre anni dopo, però, in veste di vincitore precedente, non provai nessuna pressione e non fui assolutamente deluso dal mio quarto posto, era stata una delle edizione tecnicamente più veloci. Vinse il keniota Joseph Chebet in 2:09’14” davanti al portoghese Domingos Castro, 2:09’20” e all’altro keniota Shem Kororia, 2:09’32”. Io chiusi in 2:09’36”, davanti a John Kagwe (2:09’39”). In cinque sotto le 2:10’00”, niente male per un percorso ondulato come quello. No, non ero per niente stressato. L’unico rimpianto era l’avere perso qualcosa negli ultimi chilometri. Altrimenti sarei potuto salire sul gradino più alto del podio per la seconda volta».

Non è un po’ impietoso il fatto che un record mondiale (o italiano) passi in secondo piano rispetto alla vittoria a New York?
«Su questo punto so di andare un po’ controcorrente. So benissimo che New York mi ha dato popolarità, ma mi inorgoglisco nel dire che a Otsu, in Giappone, il 4 marzo 2001 realizzai l’allora record italiano (migliore prestazione, a essere precisi, nda) con 2:07’52”. Si trattava della maratona del lago Biwa, tutt’altro ambiente rispetto alla Grande Mela. Un percorso liscio come il biliardo. Meno tifo, indubbiamente, ma tanto rispetto nei confronti degli atleti e dei tempi da loro realizzati. Si vede che in Giappone c’è un vero e proprio culto della gara. Quindi, la soddisfazione maggiore mi è venuta proprio dal Sol Levante».

Come già fatto con Gianni Poli, anche questa intervista si conclude con la richiesta di qualche consiglio ai tanti debuttanti italiani di domenica prossima…
«Attenzione alla difficoltà del percorso, che è ondulato, con gli ultimi chilometri in salita che non danno respiro. Bisognerà essersi preparati bene, nel limite personale di tempo e capacità. Ma ne vale la pena, per godersi l’atmosfera metropolitana, il clima di festa continua, il cinque dato con le mani ai partecipanti, l’arrivo mitico in Central Park. A tutti direi: “Siate prudenti, ma godetevela”».