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Febbraio. Chiamiamole pure emozioni

13 Febbraio, 2013

Attingo senza pudore alla vostra pazienza. Ho ancora bisogno di parole. Peggio: ho bisogno di parlare di parole. Poi, lo prometto, da marzo farò il bravo e produrrò un bell’editoriale sorridente, dove vi racconterò di quanto siamo tutti belli, soprattutto belli, noi che corriamo. C’è una parola antica che mi insegue in questo primo periodo del 2013: fiducia. Sarà che ogni giorno prestiamo orecchio ai bollettini di borsa sperando di sentire che i mercati esprimono fiducia, seppur in modalità “cauta”. Sarà che la politica torna a cercare la fiducia dei cittadini e affronta le elezioni con una maschera sorridente e nuova, come quelle con cui Diabolik andava a spasso per Clearville senza farsi riconoscere da Ginko. Sarà che qualche giorno prima di andare in edicola col numero di marzo si sarà andati a votare e si formerà un governo che chiederà la fiducia. Faccio in tempo a ricordare una pubblicità in cui Johnny Dorelli ammoniva: «Andiamoci piano con la fiducia, la fiducia è una cosa seria». Prima che pensiate di aver sbagliato testata, vi anticipo che il punto è qui. Quello slogan mi appartiene e non è un bel possesso. A una manifestazione di fiducia corrisponde sempre una presa in carico di responsabilità. Per noi di Correre un lettore è per ciò stesso una persona che ci offre la sua fiducia. Nel momento in cui la cerchiamo, ci assumiamo la responsabilità di soddisfarla. La partita in fondo è sempre quella: mandare in edicola un numero che abbia i requisiti per essere all’altezza delle aspettative, che è un’asticella destinata a salire sempre più verso l’alto, perché oggi la posta in gioco è ogni volta più elevata. E la responsabilità è anche nell’indirizzare questa fiducia verso un obiettivo piuttosto che un altro. Non di rado preciso e ammetto di ritenermi un privilegiato. Tra i vantaggi della mia condizione c’è anche quello di ricevere consigli su cosa dovrebbe contenere la rivista e che taglio dovrebbe avere. Mi raggiungono suggerimenti importanti e intuizioni geniali, di chi è tutto teso a spiegarmi che oggi si corre per stare bene e non per fare il tempo. D’accordo, professori, lo spiegherò ai 34.308 maratoneti del 2012, che la salute spesso l’hanno sacrificata al piacere di un traguardo, un piacere che non di rado si è sciolto in un pianto. Voi, però, andate a cercare le centinaia di migliaia di runner falliti, sedentari di ritorno, arenati dietro un’idea di corpo che non potrà mai essere il loro, e spiegate che hanno semplicemente riposto la fiducia nel messaggio sbagliato. E con la responsabilità come la mettiamo? Voi prendetevi la vostra e abbiate il coraggio e la faccia di spiegare alla loro autostima sgonfia che la corsa, come la vita, non è sempre easy, happy, smart, cool. Credo abbiate anche voi bisogno di parole. Io mi prendo la mia e vi dico senza paura che se davvero pensate che si corra anche al freddo e sotto la neve per far contento lo specchio siete rimasti indietro. Si corre e ci si allena, due cose diverse, per raggiungere una condizione che ci permetta di inseguire emozioni, all’orizzonte e dentro l’anima. E le emozioni sono l’unica moneta che a lungo ripaga della fatica e rappresentano un tesoro nel tunnel spesso senza uscita del quotidiano.