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Eskilstuna 2015, il nostro Diario – 2- Riva campione d’Europa

17 Luglio, 2015

Stanotte non si dorme. È mezzanotte passata in quel di Eskilstuna e in corpo ho ancora troppa adrenalina per coricarmi. Manco l’avessi vinta io la gara, figuriamoci!

Sono uscita dalla Ekängens Friidrottsarena dopo aver assistito a una grande finale dei 10.000 m, in cui i nostri azzurrini Alessandro Giacobazzi e Pietro Riva sono stati protagonisti dal primo all’ultimo metro. Alessandro si è incaricato di tirare il gruppo nella prima parte di gara, un po’ con l’umiltà di chi sa di non poter aspettare il finale per giocarsi le proprie carte, un po’ per l’innato altruismo di chi sa di avere come compagno di squadra una stella. In testa con quella sua corsa a braccia ferme fin quasi al settimo chilometro, gran cuore ma anche gran coraggio per il pavullese. Temevo che poi cedesse di schianto, e invece è riuscito a rimanere coi primi e a chiudere sesto con tanto di PB: 30’29”55.

Pietro ha corso con una marcia in più. Sarà stato il desiderio di rivincita dopo quel ritiro agli Europei di cross, sarà stata l’impellenza di gustarsi una vittoria tutta sua, sarà stata l’impazienza di chi scalpita dopo un infortunio… cosa si pensa in quegli ultimi metri? Si pensa? Si pensa ai sacrifici o a quello che verrà domani? Si pensa? Glielo chiederemo.

Gli ultimi 200 m sono stati un capolavoro: dopo essere stato superato dal tedesco Gering, sornione sino a quel momento, Pietro è riuscito ad accodarglisi in attesa della giusta zampata, dell’ennesimo e decisivo cambio di ritmo. Un’esultanza che era un misto di braccia alzate e braccia allargate, quasi a dire «Ce l’ho fatta», ma dicendolo con incredulità.

Ho visto le due Juniores delle siepi, Federica Zenoni e Nicole Reina, qualificarsi per la finale in un primo turno generoso, con solo 5 atlete su 20 eliminate. Ho visto una Reina talmente disperata da non riuscire nemmeno a piangere, tra la rabbia e la costernazione per non riuscire più a vincere con distacco e facilità. La corsa un po’ più pesante del solito, qualche piede di troppo appoggiato sulle barriere. Chissà che in finale non accada il miracolo.

Ho visto le classiche “gambe vuote” da “prima volta” nel 1.500 di Simone Bernardi e quelle che non riuscivano a macinare falcate che stessero al passo della caparbietà della testa nella gara di Danilo Gritti, entrambi eliminati. Una corsa più delicata, invece, quella di Yassin Bouih, che con un po’ di fortuna ma anche tanta potente leggerezza acciuffa la finale per una manciata di centesimi.

Ho visto gli abbracci, di quelli ne ho visti tanti. Tra un’Eleonora Vandi che proprio l’invidia non sa dove stia di casa e un’Irene Vian che agguanta la finale degli 800 m alla prima presenza in nazionale, quando fino all’ultimo temeva di non riuscire nemmeno a essere della partita.

Ci son stati gli abbracci tra il passista Giacobazzi e il finisseur Riva, tra l’allievo Riva e l’allenatore Perrone, tra i compagni di reparto Perrone e Cito, che chissà se nel risultato di stasera ha letto un messaggio premonitore. Ci sono poi stati gli abbracci, tantissimi, tra lo staff dei tecnici federali, tra tecnici e atleti, tra atleti e atleti, tra allenatori e tecnici, tra italiani festanti e stranieri sconosciuti.

C’è stato anche il mio primo «Don’t do it again!» indirizzatomi da un fotografo inglese, la versione risoluta ma più gentile dell’essere mandata a quel paese, per essermi a quanto pare piazzatagli davanti nel momento dell’arrivo di Riva e Giacobazzi. Gli ho chiesto scusa, aveva ragione, e stamattina ci siamo salutati con un sorriso. Ma questa è un’altra storia.