New York, New York

Foto Giancarlo Colombo
Di: Walter Brambilla

Mi dicono i bene informati che a New York si respira un’aria frizzante… Infatti, domenica prossima si corre la maratona. Sì, la mitica Big Apple. E chi non la conosce! L’evento degli eventi su questa distanza. Per chi si dichiara maratoneta (anche della domenica) New York deve essere un traguardo. Chi non ha corso a New York non sa cosa sia prendere parte a una maratona.

New York è un must per quelli che quotidianamente indossano scarpe, pantaloncini tute e tutti gli attrezzi necessari per correre lunghe distanze. New York che adesso che sembra sia divenuta poco abbordabile per certe tasche, ha avuto tanti meriti, tra questi il coraggio di dire no, quando un uragano poteva mettere in difficoltà organizzazione e incolumità dei partecipanti, non come Torino l’ultima domenica di ottobre.

New York, New York quella cantata del mitico Frank Sinatra. La capitale mondiale per eccellenza. Se per un velista doppiare capo Horn è il sogno della vita, così per un discesista è affrontare le pendenze della mitica Streif di Kitzhbuhel (discesa libera austriaca), oppure ancora, per un rugbysta è calcare il prato di Murrayfield o di Twickenham, per un maratoneta è correre a New York.

La partenza dal ponte Verazzano, i boroughs da percorrere, il mitico ponte di Queensboro, la First Avenue con i suoi saliscendi, il tutto condito dall’urlo continuo e incessante del pubblico festante che ti chiede il “five”, il sapore dolciastro degli hot dog nell’aria, l’arrivo con la salita finale a Central Park.

Ecco queste le cose che rimangono bene impresse nella mente anche a chi ha preso parte una vita fa alla maratona della Big Apple. Si parla del 1980, prima dell’era Pizzolato, con Franco Fava che agli sgoccioli della sua fulgida carriera tenta ancora l’ennesimo ritorno ai vertici, ma dice basta attorno al 20° km. L’Italia di allora che aveva conosciuto New York dai racconti di Marco Marchei che nel 1978 era arrivato quarto, nono Franco Ambrosioni, aprendo una strada verso gli Usa. Così in quell’anno in 120 del Road Runners Club Milano attraversammo l’oceano (volo Alitalia) coccolati come grandi campioni (pasto maratoneta a bordo del velivolo…) e sbarcammo la sera prima della maratona. Al mattino mentre un vento freddo spazzava la quinta Avenue, ci caricarono su dei pullman e ci portarono a Fort Wodsworth, non so quante ore prima del via. Un’organizzazione perfetta.

Noi non conoscevamo il significato delle barre magnetiche applicate sui numeri, ci fece un grande effetto leggere l’ordine di arrivo il giorno successivo su un quotidiano e tante, tante altre cose. Ma pure i ristori con acqua gelata dal sapore di ammoniaca, l’arrivo faticato ma gioioso, con lo gli speaker che incita tutti gli arrivati e ti senti partecipe di quella festa, la persona che precedi ti stringe la mano perché l’hai battuto, la ricerca della tua borsa per cambiarti e poi a piedi in hotel perché non ci sono mezzi pubblici.

Ricordatevi che New York ama la maratona, la maratona è parte di New York questo in sintesi ciò che si capta in quei giorni. Ah scordavo vinse Alberto Salazar, sì proprio lui il chiacchieratissimo tecnico cubano che allena tra gli altri Mo Farah, Bill Rodgers uomo di punta Usa d’allora, fu quinto. Il primo degli italiani Michelangelo Arena, sedicesimo. Nostalgia canaglia…

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