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Le speranze di Yeman Crippa

15 Aprile, 2020
Foto Giancarlo Colombo

Per un giovane di 23 anni la “clausura” è assai difficile da sopportare, pensate se poi è applicata a un atleta come Yeman Crippa abituato a viaggiare, dai paesi dell’Africa nera (Kenya ed Etiopia), ai lavori in quota a Flagstaff in Arizona, transitando per il clima dolce del Portogallo che di solito frequenta tra gennaio e febbraio. Il tutto infarcito, durante l’estate, in meeting in giro per l’Europa. Ora tutto fermo.

Visto l’ultima volta sui prati di San Vittore Olona, nella classica Cinque Mulini, dove se ne andò abbastanza contrariato, il podio che era nelle sue intenzioni non fu neppure sfiorato. Quel giorno – si era alla fine di gennaio – il morbo si era già palesato alla grande in Cina a Wuhan, ma nessuno di noi presente nella cittadina lombarda era minimamente sfiorato dall’idea di trovarsi chiuso tra quattro, sei, o otto, mura (fate voi) dopo quasi tre mesi.

Yeman Crippa ora si trova nella sua Trento, l’abbiamo sentito al telefono.

Come passi la giornata?

“Mi alzo alle nove, colazione, poi prendo il sole sul balcone. Nel pomeriggio skip e gradoni (forse è meglio dire gradini) nel retro della casa, poi tv (le serie che vanno di moda ora). Sento molto spesso degli amici, solo con videochiamate, così ci guardiamo in faccia. Io sono fortunato divido l’appartamento con gli altri mezzofondisti azzurri Yassine Bouhi e Mohad Abdikadar non ci annoiamo!”

La delusione: le Olimpiadi posticipate di un anno?

“Beh, ormai l’ho digerita. Adesso attendo l’annullamento o il posticipo degli Europei di Parigi. Non penso che si possa allestire un campionato con atleti di talune nazioni che non si sono potuti allenare come gli altri. Dopo il 3 maggio speriamo ci sia data la possibilità di poterci nuovamente allenare, perché atleti d’interesse nazionale”.

Qualora fosse possibile come cercheresti di ritrovare uno stato di forma decente?

“Se fosse possibile, andrei a Livigno o al Sestriere per cercare di correre a lungo in quota, unendo anche un po’ di qualità”.

In questo momento quale potrebbe essere un sogno attuabile?

“Iniziare a gareggiare a metà luglio. Dove non lo so, l’importante sarebbe ripartire, riprendere confidenza con le gare che onestamente mi mancano molto”.

All’inizio di ottobre nella tua città si disputa il Giro di Trento. Kermesse su strada che non hai mai vinto, forse quest’anno con poche possibilità di correre all’estero, potrebbe essere la volta buona.

“Perché no. Lo scorso anno in quei giorni ero a Doha (ottavo nei 10 mila con il nuovo record italiano, strappato ad Antibo). Quando corro a Trento (Giro al Sas) il pubblico mi fa un gran tifo, mi piacerebbe ripagarlo, anche perché sono più di 20 anni che non vince un trentino (l’ultimo Giuliano Battocletti) nel 1998. L’obiettivo finale resta a ogni buon conto il Campionato Europeo di cross a Dublino a metà dicembre, dovrebbe essere finalmente finito questo maledetto morbo che sta mietendo vittime in tutto il mondo e sui prati irlandesi potrei togliermi qualche soddisfazione e salvare la mia stagione”.

Ci racconti esattamente cos’è accaduto nel mese di marzo quando sei stato fermato dalla polizia mentre stavi correndo?

“Assolutamente niente di strano. Ho sempre corso con l’autorizzazione in tasca. Sono stato fermato da un’auto della polizia. E’ probabile che qualcuno abbia avvisato i miei colleghi (Yeman è tesserato per le Fiamme Oro di Padova, in che significa poliziotto a tutti gli effetti), ho mostrato documenti e autodichiarazione. Tutto qui. Se qualcuno ha alzato il tiro, parlo a livello di media, ha sbagliato!”