Kathrine Switzer torna a Boston 50 anni dopo il “great incident”

Foto Giancarlo Colombo
Di: Giorgio Rondelli

Lunedì 17 aprile Kathrine Switzer sarà di nuovo ad Hopkinton dove, da 122 anni, scatta la maratona di Boston, certamente la gara più antica e ricca di fascino fra le prove di fondo. La prima volta che vi prese parte, esattamente 50 anni fa, Kathrine non avrebbe potuto farlo perché, a quei tempi, la partecipazione delle donne era rigorosamente vietata ritenendo che la maratona fosse una gara fosse troppo impegnativa per una rappresentante del gentil sesso.

BOBBI GIBB

Ad onor del vero l’anno prima, nel 1966, Bobbi Gibb, una studentessa universitaria vi aveva partecipato di nascosto, senza il pettorale di gara, concludendo la sua carbonara fatica in 3 ore 21 minuti e 14 secondi. Per iscriversi ufficialmente Kathrine Switzer, andando anche contro il parere del suo allenatore di atletica alla Syracuse University che l’aveva accettata a malincuore nel suo gruppo di fondisti maschili, ricorse ad uno stratagemma. Mandò infatti l’iscrizione indicando soltanto le iniziali del suo nome : K.W. Switzer. Le venne così assegnato come numero di partenza il 261. Il giorno della gara tutto filò liscio soltanto sino al quarto miglio.

THE GREAT INCIDENT

Quando poi la sua presenza venne scoperta, Jock Semple, uno degli organizzatori, le si avventò addosso gridandole “Dammi il numero ed esci dalla mia gara” cercando di spintonarla a bordo strada. A salvare la malcapitata ci pensò il suo boyfriend di allora Tom Miller, lanciatore di martello di oltre 100 kg di peso, che con una robusta spallata spinse via l’iracondo Semple permettendo così a Kathrine Switzer  di continuare la corsa. La baruffa avvenne proprio di fronte al bus che trasportava un gruppo di giornalisti e di fotografi. Così le foto di Kathrine, di Tom e di Jock Semple fecero rapidamente il giro del mondo. La stampa americana lo chiamò, senza dubbio un po’ enfaticamente: “The Great Incident”.

TRAGUARDO RAGGIUNTO

Il resto lo fece la tenace Kathrine Switzer, testa dura, che caparbiamente arrivò al traguardo in 4 ore e 20 minuti dimostrando che anche una donna poteva portare a termine 42 km e 195 metri senza essere ricoverata in ospedale. “Dovevo arrivare al traguardo ad ogni costo per dimostrarlo” ricorda oggi a distanza di mezzo secolo la stessa Switzer giustamente eccitata dall’idea di schierarsi di nuovo al via della Boston Marathon all’età di 70 anni.

TUTTO CAMBIA

Dopo quella prima volta, tutto cambiò per le donne nel mondo delle gare di fondo. Nel 1971 gli organizzatori della 1° maratona di New York accettarono anche le iscrizioni femminili. L’anno dopo a Boston la loro partecipazione venne definitivamente ufficializzata. Nel frattempo Kathrine Switzer, conseguita la laurea in giornalismo, si era sposata con Tom Miller, il suo provvidenziale bodyguard del 1967, matrimonio poi naufragato dopo soli due anni e si era laureata in giornalismo. Per diversi altri anni continuò a correre a buon livello vincendo anche la maratona di New York nel 1974 con 3.07.29 e quella di Boston nel 1975 in 2:51.37, un tempo che poi rimase anche il suo primato personale sulla distanza. Nel 1984 infine, sempre in America, ai giochi di Los Angeles, la maratona femminile fece parte per la prima volta del programma olimpico e fu vinta dalla statunitense Joan Benoit Samuelson.

DONNA A TUTTO TONDO

Scrittrice, giornalista sportiva, esperta di fitness e opinionista televisiva a 70 anni, compiuti il 5 gennaio scorso, Kathrine Switzer, nel frattempo sposatasi per la terza volta, ricorda quasi con commozione quella incredibile vicenda del 1967. “Sono orgogliosa di avere aperto, 50 anni fa, la strada a tutte le donne che volevano fare la maratona. Oggi come oggi, almeno negli Stati Uniti , ci sono più donne che uomini a partecipare alle gare di fondo”. Cinquanta anni dopo, Kathrine Switzer ritorna dunque sul luogo del “The Great Incident” del lontano 1967. Ma adesso non è più sola o fuori legge come allora. A celebrarla, il 17 aprile prossimo, ci saranno le migliaia di altre donne in gara nella Boston Marathon. Tutte in fondo le devono qualcosa.

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