Parola di Correre – Tempi di passaggio

Una mattina come tante, quel giovedì 25 settembre: un TG in sottofondo che frulla da mezz’ora le stesse notizie con l’ostinazione con cui il cucchiaino nel frattempo rema nella tazza di caffè bollente. Poi mi si accende un neurone e realizzo che uno degli alpinisti che la TV descrive travolti da una slavina in Himalaya lo conosco, l’ho conosciuto. Avevo incontrato Andrea Zambaldi nella sua casa di lavoro, la sede di Salewa, quel giorno di fine marzo quando eravamo saliti a Bolzano. Ci aveva mostrato con orgoglio la grande palestra indoor di climbing, perché chi guida quell’azienda è convinto che le passioni dei dipendenti siano una ricchezza, non una perdita di tempo. Nella foto di Michele Tusino, Massimo Brazzit e io siamo proprio lì, assieme a lui.

Nemmeno il pomeriggio, in quel giovedì 25 settembre, riuscì a passare inosservato. Prima di consegnarsi alla sera mi restituì la voce di un collega di Modena, che mi informava della scomparsa di Carlo Rispoli, nostro collaboratore e firma del podismo sulle pagine dei quotidiani locali. Si era accasciato mentre stava per uscire di casa, tanto per cambiare per andare a seguire una manifestazione podistica.

Andrea non aveva trent’anni. Faceva parte della Double 8 Expedition: 2 “ottomila” in una settimana coprendo la distanza tra le due montagne in mountain bike. Perché alpinismo, sci-alpinismo, trekking, mountain bike o anche trail running sono in realtà, soprattutto, voci del verbo Montagna, un crinale incerto come una lotteria della vita, dove i versanti della passione-religione e dell’identità finiscono per sovrapporsi.

Carlo di anni ne aveva più del doppio. Si era radicato lungo la via Emilia, dove la più tempestosa delle cime è il Cimone raggiungibile in seggiovia. Scandita dalla famiglia, dal lavoro e dal calendario podistico, la sua vita la immagino scivolata via come una boccia su un biliardo, silenziosa come quella boccia, silenziosa per via dell’educazione, lungo quella “Strada Statale 9” che fatica a essere mitica, soprattutto adesso che è flagellata di rotatorie e tangenziali.

Eppure le accomuno, queste due persone, perché le immagino entrambe felici di vivere una vita con al centro una passione grande: la corsa, lo sport. Felici fino all’ultimo momento. E trovo il coraggio di sostenere che non sono sicuro che la vita di Andrea fosse più pericolosa di quella di Carlo: ne uccide di più lo stress o la montagna?

E allora, nell’augurarvi come sempre buona lettura, vi lascio con l’invito a fermarvi un attimo a soppesare il valore di una vita con dentro una passione grande. Se siete qui non può essere che così. Anche se sappiamo che, in realtà, il nostro essere qui è solo un tempo di passaggio.