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Successi azzurri: trent’anni fa, ai Mondiali di Roma, l’oro di Francesco Panetta sui 3.000 siepi

04 Settembre, 2017
Francesco Panetta (Foto: Michele Tusino)

In quel 1987, il 5 settembre capitò di sabato. Alle ore 18.40 prese il via la finale dei 3.000 siepi dei Campionati mondiali di atletica (Roma, dal 29 agosto al 6 settembre). Quella corsa rappresenta il capolavoro di Francesco Panetta e uno dei momenti più alti di tutta la storia del mezzofondo azzurro.

La cronaca 

Rievochiamo la gara con le parole scelte da Walter Brambilla per il servizio speciale (6 pagine) che Correre di settembre dedica al trentesimo anniversario dell’ultimo titolo iridato del mezzofondo italiano.

“Oltre a Francesco, l’Italia schiera Alessandro Lambruschini e Franco Boffi, che, in base alla strategia messa a punto da Giorgio Rondelli, prende subito la testa. Dopo 800 metri Panetta passa davanti a tutti (primo 1:000 m: 2’43”66). Ai 1.600 metri l’azzurro ode un tonfo alle spalle, alza lo sguardo verso il tabellone luminoso e si accorge che il keniano Joshua Kipkemboi è caduto rovinosamente. Tra lui e gli inseguitori ci sono adesso tre metri di distacco. Panetta capisce che è il momento di “uccidere” la gara. Aumenta il numero dei giri del suo motore e passa ai 2.000 metri in 5’26”62. Il distacco dagli inseguitori aumenta, ma Panetta tiene in serbo le energie. Dice tra sé: “Se mi agguantate, io riparto un’altra volta”. Nessuno si avvicina. Ultimo giro. Il pubblico di Roma impazzisce, è tutto uno scintillio di azzurro, uno sventolio di tricolori. Ultima riviera. Francesco si presenta solo nel rettilineo d’arrivo. Ultima barriera. Panetta inizia a esultare con il braccio alzato, è campione del mondo. Tempo: 8’08”57, primato italiano. Se avesse dato tutto, chissà. Non lo sapremo mai.”

Coraggio, determinazione, preparazione

“Alla luce della straordinaria condizione di forma di Panetta nel 1987, la strategia da adottare era praticamente scontata. Passare molto forte al primo chilometro, intorno ai 2’40”, per poi continuare a spingere per mettere in ginocchio i kenioti Patrick Sang, Peter Koech e Joshua Kipkemboi, ma soprattutto il temibile Melzer (Germania dell’Est, poi secondo in 8’10”32, ndr) e il belga William Van Djick (terzo in 8’12”18, ndr). Due atleti dotati di grande tecnica e di un formidabile spunto finale”. Così Giorgio Rondelli, all’epoca allenatore di Francesco Panetta, sintetizza la finale dal punto di vista tecnico, sempre sulle pagine dello “speciale” di Correre di settembre.

E a proposito della “straordinaria condizione di forma di Panetta nel 1987”, durante l’incontro da cui è scaturita l’intervista firmata da Brambilla sono emersi i particolari dell’ultimo, micidiale allenamento di sintesi cui si è sottoposto Francesco prima dei Mondiali romani: un 5.000 metri in 13’27”, seguito da 11 minuti di recupero, quindi un 3.000 metri in 8’11”, altri 6 minuti di recupero e infine un 2.000 metri in 5’01”.

Nello stesso periodo aveva affrontato la seguente seduta di ripetute: 8 volte i 1.000 metri in 2’32” con 400 metri come recupero e con una variazione di ritmo all’interno dei 1.000 metri: 400 metri (all’inizio, nel mezzo o alla fine) corsi in 55”.

Roma caput mundi anche nell’atletica 

Con 6.500.000 italiani ancora in vacanza, la straordinaria copertura dell’evento garantita dalla produzione RAI in stretta collaborazione con la Fidal permise di tenere incollati al video milioni di telespettatori. I “picchi di ascolto” furono raggiunti sabato 29 agosto (Rete Uno, 5.860.000 telespettatori alle ore 20:24) e domenica 6 settembre (Rete Due, 5.254.000 alle 19:55). Sabato 5 settembre, la gara di Francesco Panetta fu seguita in diretta da 4.108.000 telespettatori, corrispondenti al 47,28% dello “share”.

L’atletica italiana di allora – Sei medaglie, anzi: cinque

L’Italia chiuse quei Campionati mondiali con un bottino di 6 medaglie, bottino che si ridurrà poi a 5 a seguito della scoperta della falsa misurazione del salto che aveva procurato a Giovanni Evangelisti la medaglia di bronzo nel lungo.

L’inno di Mameli fu suonato due volte: per Maurizio Damilano (oro nella 20 km di marcia, domenica 30 agosto) e, appunto, per Francesco Panetta, che già sabato 29 agosto, cioè esattamente una settimana prima della finale delle siepi, aveva conquistato l’argento nei 10.000 m dietro un inarrivabile Paul Kipkoech (Kenya). Alessandro Andrei si classificò a sua volta secondo nel getto del peso (sempre sabato 29 agosto) e Gelindo Bordin terzo nella maratona (domenica 6 settembre).

Anche dopo la planetaria fìguraccia del “caso Evangelisti”, con le cinque, sopravvissute medaglie l’Italia conservò il quinto posto nel medagliere maschile (nessuna medaglia tra le azzurre) e il sesto nella classifica complessiva (uomini + donne) dominata allora dalla Germania Orientale con 10 ori, 11 argenti, 10 bronzi davanti agli Stati Uniti d’America (9, 5, 5), all’Unione Sovietica (7, 12, 6), alla Bulgaria (3, 0, 1) e al Kenya (3, 0, 0).

Pagine per i posteri

La vicenda umana e sportiva di Francesco Panetta sta per diventare un libro, intitolato “Io corro da solo”.

 

 

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