Quattro chiacchiere con Livio Berruti

Quattro chiacchiere con Livio Berruti

02 Aprile, 2020
Nella foto di Giancarlo Colombo, Livio Berruti (a sinistra) insieme a Sergio Ottolina

Il momento che stiamo vivendo è quello di un tempo che si dilata e che permette di abbandonarsi con piacere ai ricordi e alle riflessioni. Ben vengano dunque quattro chiacchiere con Livio Berruti, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma ’60 sui 200 metri. Le immagini di quello che fu l’evento dei Giochi si possono trovare ovunque sui siti specializzati, la sua perfetta uscita dalla curva, la sua corsa regale, il beneaugurante volo dei colombi, il record del mondo, ripetuto due volte 20”5 in semifinale e finale.

Livio come passa le sue giornate in questo “dannato” periodo?

“Leggo, metto a posto alcune cose e come d’incanto ho ritrovato i blocchi di partenza della finale olimpica! Pensavo di averli persi. Probabilmente era stato mio padre a occultarli, dopo che all’Arena di Milano nell’incontro Italia – Francia, dopo le Olimpiadi mi avevano rubato la tuta che avevo tolto alla partenza dei 200!”

Che cosa pensa dello slittamento di un anno dei Giochi?

“E’ stata una scelta logica, di buon senso. Non conoscendo l’evoluzione del virus non si poteva rimanere nell’incertezza, specialmente un atleta la cui preparazione segue regole molto rigorose, molto meno elastiche dei miei tempi. Non ci sarebbero state le condizioni per creare quell’atmosfera di serena e gioiosa di libertà e serenità dell’evento olimpico”.

Soffre questa specie di segregazione?

“I primi giorni hai la spiacevole sensazione di assaporare le condizioni di un arresto domiciliare, poi cominci a scalpitare come un animale in gabbia!”.

In particolare cosa fa?

“Leggo i giornali on line ed ho scoperto quanto sia interessante il canale 54 (Raistoria)”.

Parliamo di atletica, si sa che segue con molta attenzione Filippo Tortu, Di Jacobs che ne pensa?

“Di Filippo Tortu ammiro il modo di correre (armonico e decontratto) e di pensare, distante anni luce dalla drammaticità, isterismo ed esibizionismo con ipertrofia dell’ego di certi campioni odierni. Filippo ha la struttura adatta per fare grandi risultati sui 200. Come gli ho detto, però della curva non deve essere solo innamorato, ma amarla con quella travolgente passione dei primi amori giovanili.Questo gli permetterebbe di correrla con più scioltezza e minor dispendio energetico”. Anche Jacobs mi piace molto e con Filippo rappresenta una splendida coppia vincente. L’attuale staffetta 4X100 ha la potenzialità di fare grandi risultati, basta calibrare bene i cambi, tallone d’Achille di tutti i velocisti più forti nel mondo”.

Livio Berruti ha preso parte a ben tre Olimpiadi: Roma ’60, Tokio ’64 e Messico ’68, sia nei 200 sia nella staffetta 4×100. Nella capitale nipponica arrivò quinto, primo degli Europei in 20”8.

Che cosa ricorda di Tokyo?

“Se ho preso parte alle Olimpiadi di Tokyo, lo devo a Sergio Ottolina. Sergio aveva rilasciato un’intervista a fine ‘63 affermando incautamente che ormai io ero finito. E’ stato lo sprone psicologico che mi ha permesso di sostenere meno esami all’Università e dedicarmi con più intensità ai 200 metri. Purtroppo a Tokyo (ultime Olimpiadi realizzate sulla terra rossa) in finale mi assegnarono la prima corsia, completamente rovinata dalle gare lunghe, mi batterono due atleti che avevo messo dietro nella semifinale, arrivai quinto, Sergio ottavo”.

E delle Olimpiadi di Roma?

“Il calore e il colore dell’atmosfera umana e un mazzo di fiori offertomi il giorno dopo la vittoria da una fioraia mentre passeggiavo in via Condotti con Rolly Marchi”.

… era il settembre del 1960 Livio aveva battuto tutti i Bolt che si erano riuniti ai blocchi di partenza.

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