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Ammortizzazione

Ammortizzazione: quanta ne serve davvero per correre? E a chi serve?

Ufficio Stampa Asics
Di: A cura della redazione

Per capire di quanta ammortizzazione abbia bisogno, il runner deve riflettere sulle proprie caratteristiche, sugli obiettivi dell’allenamento e sul tipo di fondo su cui corre.

La maggior parte delle calzature da running è stata progettata per offrire al runner un’elevata ammortizzazione, proprietà che viene indicata anche con il termine inglese cushioning. Con l’esperto della rivista Correre, Luca De Ponti, chirurgo ortopedico, cerchiamo di capire “quanta” ammortizzazione occorra davvero a ogni tipo di runner, in base alle caratteristiche, agli obiettivi agonistici, alle condizioni in cui si corre.

Ma cosa vuol dire ammortizzazione?

«Ammortizzare – spiega De Ponti – vuol dire dissipare energia, che potrebbe essere utile per caricare la molla muscolare utilizzata per la propulsione. È un meccanismo che richiede grande efficienza sia a livello muscolare sia dal punto di vista biomeccanico, perché si tratta di trasformare l’energia cinetica del corpo in lavoro destinato all’avanzamento del corpo stesso.

Maggior tempo di appoggio = minor resa

«Se disperdo molta energia ammortizzando – spiega ancora De Ponti – perdo una parte dell’energia cinetica, allungo il tempo di appoggio e diminuisco la resa. Questo è il motivo per cui, di solito, chi è capace di correre, ad esempio, al ritmo di tre minuti al chilometro non adotta scarpe pesanti e troppo ammortizzate». 

In gara e negli allenamenti di elevato impegno, top runner e amatori di ottimo livello usano di solito modelli di calzature oggi classificate come “Performanti” sulla rivista Scarpe&Sport (un tempo note come “A1”). 

«Anche chi corre abitualmente al ritmo di cinque minuti al chilometro può utilizzare scarpe “performanti” e può trarne vantaggio sul piano della velocità di corsa, ma deve avere consapevolezza del fatto che, con i propri tempi di appoggio più lunghi e una cinetica dell’appoggio che richiede più controllo e più ammortizzazione rispetto a un top runner, si espone di più al rischio di infortuni di quanto non accadrebbe se lo stesso allenamento lo eseguisse utilizzando un modello a elevata ammortizzazione.»

Cos’è il compenso torsionale?

«La necessità di disporre di una maggiore o minore ammortizzazione – ricorda ancora De Ponti – dipende anche dal tipo di terreno su cui si corre, perché al variare della superficie corrisponde una differente “risposta”, in termini di “capacità di compenso torsionale”» 

«Il compenso torsionale è la possibilità da parte del battistrada della calzatura di scivolare leggermente sul piano orizzontale per compensare le torsioni dell’arto. Questo compenso ha effetto anti-traumatico su muscoli, tendini e articolazioni.»

Il tipo di terreno su cui si corre 

Vediamo allora gli effetti dell’appoggio sui differenti tipi di superficie:

• asfalto – la risposta è secca e le capacità di compenso torsionale sono limitate;

• sterrato –superficie compatta come l’asfalto, offre però un’elevata possibilità di compenso torsionale. «Al battistrada, infatti – osserva De Ponti -, è concesso di ruotare leggermente su sé stesso; ne consegue un’elevata dissipazione di energia con effetto anti-traumatico. Se regolare, questo tipo di terreno è da consigliare per gli allenamenti, anche quelli ai ritmi più elevati, ripetute comprese»;

pista – «Il manto sintetico esalta la risposta elastica dell’appoggio del piede, soprattutto ai ritmi elevati ma, allo stesso tempo, calzando le canoniche scarpette chiodate si annullano i compensi torsionali che sarebbero particolarmente utili nell’affrontare le curve. La soluzione di condurre gli allenamenti in pista, anche quelli a ritmi massimali, con calzature non chiodate è particolarmente saggia perché, pur rallentando un minimo i tempi cronometrici, si riduce di molto lo stress a livello di tendini e muscoli. Il motivo per cui le vecchie piste in terra battuta risultavano meno traumatiche – precisa De Ponti – risiede nel fatto che questo tipo di superficie consentiva momenti torsionali in fase di appoggio.»

erba – «Risulta essere la superficie meno traumatica in assoluto anche se si va più piano rispetto alle altre superfici. Il vero problema del correre sull’erba risiede nell’irregolarità dell’appoggio, conseguenza delle insidie spesso nascoste e non percettibili a livello propriocettivo, a meno che non si tratti di un prato particolarmente curato come nel caso dei campi da calcio o da golf.»

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