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Pizzolato: atletica, miti d’altri tempi e giovani di oggi

11 Aprile, 2019
Foto Giancarlo Colombo

Quando accedo all’impianto di atletica di Schio ripenso spesso alle occasioni in cui ci andavo da ragazzo. Ricordo ancora bene la prima volta: era il maggio del 1972, quando corsi la fase comunale dei Campionati studenteschi arrivando 3° nei 2.000 m. Ricordo che fui premiato da Mario Lanzi, direttore dell’allora centro Coni. La pista di atletica era in terra rossa e a me piaceva correrci perché vedevo le impronte delle scarpe (non avevo ancora lo chiodate, che ho iniziato a usare solo da juniores) che lasciavo a terra; giro dopo giro, cercavo di andare un po’ più in là delle orme precedenti. Era un gioco che mi faceva andare un po’ più svelto, anche se non potevo esserne proprio certo perché usavo l’orologio con le lancette. Il cronometro l’ho avuto in regalo alla cresima: un Omega portato da mia zia che lavorava in Svizzera.

 

In quel periodo, i primi anni ʼ70, la struttura di atletica era frequentata da pochi altri ragazzi, al contrario di oggi. Allora però si correva e si sudava, mentre adesso vi si svolgono tanti giochi. Correre in pista era un’attività davvero molto seria, perché lì si allenavano atleti che mi impressionavano, sia per i ritmi che tenevano sia perché mi si diceva che avevano partecipato alle Olimpiadi. A quei tempi le informazioni erano solo verbali: niente televisione, riviste o libri e le occasioni per leggere un giornale erano rare. C’erano solo le parole dei podisti appassionati, che quando mi dicevano che questo o quello avevano corso a Roma e Tokyo li trasformavano in miti ai miei occhi: Gigi ha vinto il cross del Campaccio, Antonio la Cinque Mulini; Gigi ha un primato di 14’01” sui 5.000 m, Antonio ha corso la maratona di Boston in 2:18’00”. Luoghi e tempi che mi eccitavano e nutrivano la mia fantasia di immagini suggestive.

 

Quando loro correvano sulla pista di atletica io stavo lì ad ammirarli e se mi passavano vicino dopo l’allenamento, per sedersi sulla panchina, mi spostavo perché mi sembrava emanassero un’aura intoccabile. Erano davvero dei miti. E parlavano italiano. «Quello lì ha corso con Bikila – mi raccontavano –, l’africano che ha vinto la maratona a piedi nudi.» Faceva molto effetto anche allora pensare che si potesse correre senza scarpe, nonostante le calzature dell’epoca fossero modelli preistorici rispetto agli attuali. Un pomeriggio trascorso allo stadio a Schio mi lasciava l’entusiasmo per correre un’intera settimana, stimolato dalle fantasie degli allenamenti di Antonio e Gigi. Andare in pista in quell’impianto era un evento, ma avevo anche la fortuna di vederli allenarsi sui prati, quando facevano le ripetute in salita per le campestri.

 

Chissà se in Italia ci sono ancora ragazzi che possono provare le emozioni che ho vissuto io da ragazzo, quando vedevo Antonio Ambu e Luigi Conti allenarsi a Schio. Credo che in Kenya ci siano giovani che, ai bordi di una strada polverosa nei dintorni di Eldoret, rimangano ammirati quando passano di corsa Kipchoge e Kamworor. Chissà se quei piccoli kenioti sapranno chi sono Eliud e Geoffrey. Spero che nei loro pensieri si fissi però l’immagine della bellezza della corsa. Penso sia proprio così, visto che le strade sterrate e le piste degli altipiani del Kenya sono frequentate da centinaia di giovani runner.

Da noi le cose ora sono diverse, in effetti. È difficile che i ragazzi si facciano impressionare da gente che corre, anche con l’eleganza di un africano. Non mi illudo che, per i nostri giovani, l’evoluzione che avrà il running sia migliore di quella attuale, ma non sono neppure pessimista, perché mi piace osservare l’entusiasmo dei ragazzi quando partecipano alle campestri. La voglia di correre c’è, confermata dalle centinaia di partecipanti che si riscontrano nelle categorie promozionali. Peccato però che quell’entusiasmo si affievolisca rapidamente e che solo in pochi venga poi alimentato dalla passione.

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