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Parola di Pink: Questa medaglia è per tutte le donne che stanno lottando

Sono partite in 38, si sono allenate per sei mesi e in 10 sono arrivate a correre la maratona di New York. Alcune di loro erano principianti, altre avevano un po’ di pratica nelle gambe, tutte condividevano lo stesso passato segnato dal tumore al seno.

Sono tornate dalla Grande Mela stringendo una medaglia che è l’orgoglioso simbolo di un enorme lavoro fatto su stesse. Per testimoniare che #NothingStopsPink, niente ferma le donne.

Nothing Stops Pink è il progetto firmato da Fondazione Umberto Veronesi e Rosa&Associati per promuovere il movimento e la corsa come forma di prevenzione al tumore.

Su Correre di gennaio abbiamo presentato l’iniziativa, sul numero di febbraio diamo parola alle protagoniste.

Il racconto della Pink Gabriella Doneda

Questo traguardo per me ha una valenza enorme.
Quando uscivo a correre prima del progetto mi capitava di pubblicare qualche foto sui social network e mi piaceva usare l’hashtag #miriprendolamiavita. Ecco cosa ha significato per me la corsa e questo progetto. Mi riprendo qualcosa che il tumore non mi ha tolto: la voglia di rivincita, il desiderio di sentirmi una donna sana, di riappropriarmi di un corpo che le chemio hanno messo in ginocchio.
Io non sono una vera runner, sono lenta. Ma amo la corsa, mi piace mi fa sentire viva, forte. E quando corro sono felice.

La maratona di New York è stata un’emozione unica potente: 42,195 km sfidando il freddo, la stanchezza, la paura.
Alla partenza si è formato un gruppo di Pink che ha corso insieme per alcuni km: Angela, Monica, Marina, Georgiana ed io. Il silenzio sul ponte del Verrazzano, le raffiche di vento e Manhattan sullo sfondo, piccola e lontana in un cielo plumbeo. E poi Brooklyn il boato della folla ad accoglierci, trattenere a stento le lacrime al pensiero che sono davvero lì , che sto correndo a New York, che sto correndo una maratona.
E insieme alle altre pink balliamo e ci divertiamo, il tempo non conta, vogliamo godere e assaporare ogni istante, ogni passo, ogni chilometro.

Angela e Georgiana sono le runner più esperte e veloci, Georgiana ha già corso a New York. Corrono insieme a noi runner più lente per la gioia di stare in gruppo. Ma poi convinciamo Angela a provare ad andare più veloce, a cercare di stare sotto le cinque ore correndo per tutte noi.
Georgiana invece rimane e continua a spronarci a non mollare.

Al 26° km Monica rallenta, non sta bene. La scelta è dura, ma è lei stessa a spingerci a continuare. La lasciamo, a fatica. Non ho mai dubitato che avrebbe stretto i denti e ce l’avrebbe fatta. Lei è una guerriera dal cuore grande.

Siamo rimaste in tre, Georgiana, Marina ed io . Sul Queensboro, che sembra non finire mai, Georgiana ci incita come un sergente dei marines.
Mentre corro mi chiedo quanto forte sia questa donna che a 55 anni ha già corso 10 maratone, e che riesce a tenere un’andatura per lei troppo lenta e ad avere il fiato di continuare a gridare “Forza, non mollate, qui non si cammina, si corre!”.
La sua generosità mi lascia senza fiato.

Arriviamo sulla first Avenue e incontriamo Nicoletta, partita in un’altra wave. Marina rallenta e rimane con Nicoletta. Anche loro arriveranno alla fine, insieme, superando crampi e fatica .
Siamo solo io e Georgiana. Nel pezzo forse più duro della gara, la First Avenue, un rettilineo lunghissimo e in leggera salita.

Ma io ci sono, ho deciso che questa maratona deve essere mia, voglio quella medaglia. La voglio per me. La voglio per mia sorella che non ce l’ha fatta e il tumore se l’è portata via. La voglio per la mia nipotina, per la mia famiglia, che ha lottato insieme a me e si merita un momento di gioia. La voglio per tutte le Pink, per la nostra rivincita sul cancro.
E la voglio per tutte le donne che stanno ancora lottando a cui voglio regalare un momento di speranza.

E allora alzo la testa, guardo avanti e continuo a correre, un pochino più veloce, convinta e determinata . Con Georgiana che continua a dirmi che non devo mollare, che ce la possiamo fare. E continua a chiedere al pubblico di fare il tifo per me. Incredibile lei, incredibili i newyorkesi.
Arriviamo a Central Park: c’è un cartello che dice: “Ci sono giorni in cui credi che fare questa cosa sia impossibile. Questo non è uno di quei giorni”.

Questo è il giorno della rivincita, della felicità assoluta: Georgiana ed io tagliamo il traguardo insieme e ci stringiamo in un abbraccio strettissimo. Ho scoperto una grande donna e una sorella di corsa.
Piango forte, fortissimo. Alzo le braccia al cielo: “Questo è per te, ho corso per te, ho corso insieme a te”.

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