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Foto Giancarlo Colombo

Parola di Pink: la maratona di NY, metafora della malattia

Sono partite in 38, si sono allenate per sei mesi e in 10 sono arrivate a correre la maratona di New York. Alcune di loro erano principianti, altre avevano un po’ di pratica nelle gambe, tutte condividevano lo stesso passato segnato dal tumore al seno.

Sono tornate dalla Grande Mela stringendo una medaglia che è l’orgoglioso simbolo di un enorme lavoro fatto su stesse. Per testimoniare che #NothingStopsPink, niente ferma le donne.

Nothing Stops Pink è il progetto firmato da Fondazione Umberto Veronesi e Rosa&Associati per promuovere il movimento e la corsa come forma di prevenzione al tumore.

Su Correre di gennaio abbiamo presentato l’iniziativa, sul numero di febbraio diamo parola alle protagoniste.

Il racconto della Pink Marina De Bonis

La mia storia è la storia di molte persone che ogni giorno in tutto il mondo purtroppo si sentono dire: “lei ha il cancro, lei ha un tumore maligno, lei dovrà sottoporsi ad un intervento invasivo e subirà dei cicli di chemioterapia”.
Poi tu, solo tu, puoi decidere come sarà questo percorso.
Ti incute tanta paura, non sai quello che ti attende, un salto nel buio insomma, che potrà considerarsi superato solo quando accetti con serena consapevolezza di essere una malcapitata ma decisamente forte da prendere la decisione di vivere, da li’ in poi, guardando bene in faccia il tuo nemico per affrontarlo con la concentrazione necessaria a vincerlo.

Sentirsi una donna più forte, capace di guardarsi sempre allo specchio dritta negli occhi avendo un’ottima considerazione di sé è qualcosa che non ti è stato regalato ma che hai deciso quel giorno di perseguire.

Ecco che è “facile” decidere di volersi confrontare con una grande sfida come percorrere 42,195 Km o, per dirla all’americana, 26,2 miglia , quando il massimo che hai provato a correre sono solo 15 km.
New York diventa quasi una metafora della malattia: un’andata al buio ed un ritorno da vincitrice, come nelle prove di coraggio e di resistenza che si svolgono nelle tribù indigene. Ecco, io ho preso e considerato questo viaggio, questa esperienza, un traguardo ed allo stesso tempo un passaggio tangibile di crescita individuale.

Il ricordo più intenso della mia maratona è stato quando, una volta raggiunto il tanto temuto Queensboro Bridge e la sua salita infinta, insieme alle mie compagne Gabry e Jo lo attraversiamo compatte senza mai fermarci e come in soldato Jane, io e Gabry abbassiamo la testa. Il sergente Jo, che di maratone ne ha già fatte tante, ci sprona a continuare caricandoci a mille facendoci continuamente notare le centinaia di persone che stanno solo camminando e noi no “qui si vede l’allenamento!” dice.

Poi improvvisamente arrivano i crampi alla pancia, fortissimi, rallento e le mie due compagne mi distanziano. Qui incontro il mio angelo custode la mitica Nicoletta che raccoglie da terra un cappellino di lana e mi dice di infilarlo sotto la maglia, sulla pancia. Così faccio, sto un po’ meglio e con lei percorriamo gli ultimi 15 km, come due eroine arriviamo al traguardo ed il pensiero di mollare non ci sfiora neanche per un attimo. Solo il miraggio di un the’ caldo ci porta all’arrivo con la bandiera italiana e con la poca forza rimasta, alziamo le braccia al cielo!

E il tempo che ci metti a percorrerla non conta. A New York, che tu ci metta 2:10’59” come il vincitore, il keniano Wilson Kipsang o 8 ore (il tempo limite della gara), sei considerato comunque un eroe.

Una grande sfida in un sogno: il mito americano e la maratona di New York! #NothingStopsPink