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Opinioni – Fiction Mennea: “Allora vale tutto”

Tanti amanti della corsa hanno apprezzato la fiction di Rai Uno sulla storia e la figura di Pietro Paolo Mennea. Alcuni ne hanno fatto una questione emotiva, affettiva, hanno rivissuto le sue gesta, si sono emozionati come allora. Altri, magari pur rilevando alcune pecche, si sono espressi sul tono “bene, almeno si parla di atletica, almeno i giovani conosceranno questo grande italiano, si sono fermati davanti alla televisione, si sono staccati dagli iPhone e hanno chiesto ai genitori chi era quell’omino così volonteroso, secchione della pista”. Amen. La messa è finita, andate in pace.

I giovinastri con i pantaloni a vita bassa e la marca dei boxer in evidenza, devono sapere che l’attore che ha interpretato Pietro Mennea nulla ha del vero velocista barlettano. Di certo non la fisicità – inimitabile in verità – segaligna e in apparenza inadeguata. Unici quegli occhi neri spiritati, accesi e sfuggenti. Loro hanno potuto vedere solo un ragazzotto buono, povero ma veloce, impanato di retorica democristiana e fritto in dialoghi ampollosi e pedanti, assolutamente non credibili, non hanno potuto capire nulla di un animo determinato ma tormentato, un atleta forse troppo giovane e impreparato alla luce dei riflettori addosso, uno che durante un’intervista rilasciata in occasione di un inaspettato ritiro a 29 anni aveva dichiarato: “Ho battuto tutti, e tutti mi hanno battuto”.

I giovinastri magari non sanno che in una gara di velocità nemmeno i più crudeli strattonano il vicino di corsia tipo football americano. Eppure persino i podisti che hanno lacrimato davanti a questo pezzo di storia della televisione hanno digerito una scena tanto assurda. I giovinastri ignorano che difficilmente gli arroganti e i raccomandati scelgono l’atletica per sfondare nella vita.

Regista e sceneggiatori hanno messo giù un compitino, un riassunto degno di un ragazzino di seconda media nemmeno troppo sveglio, di quelli che poi gli insegnanti indirizzano verso studi tecnici. Nessuna brillantezza, furbizia, una sola idea nel corso delle due puntate: fare correre Mennea a Città del Messico a fianco del recordman precedente, Tommy Smith, così insistentemente nominato da farmelo venire a fastidio. A me, che quell’atleta ho adorato sopra a ogni altro.
Luca Barbareschi, uomo forte della politica e della cultura di massa in questo Paese, si è preso la parte forse più interessante da sviluppare, ma del professor Vittori i giovinastri hanno capito solo che era duro ma umano, umano ma duro, duro ma umano, umano ma duro, e che nel segmento che separa quest’anima spaccata a metà ci stavano alla grande due pacchetti di sigarette al giorno.

Non ne sto facendo pure io una questione emotiva della serie “Giù le mani dall’eroe della mia fanciullezza”. Sto cercando anche di capire altro, ad esempio perché nel mondo il prodotto televisivo ha avuto dei miglioramenti nella qualità tali per cui anche i più raffinati e spocchiosi critici cinematografici hanno dovuto studiare il fenomeno e rivalutarlo. Serial americani come House of cards hanno fatto gridare al miracolo, attori in auge come Kevin Spacey ci hanno messo soldi e faccia nel piccolo schermo, da qualche anno la televisione non è più l’ultimo recinto per star in caduta di popolarità o la palestra di giovani promesse, è invece un territorio nuovo e vivace dove si confrontano cervelli brillanti e si sperimentano nuove frontiere del narrare.

In Italia invece Rai e Mediaset hanno sempre giocato un’asta al ribasso, e continuano, ottusamente. Le fiction sembrano studiate scientificamente per essere molto semplici, troppo lineari, scenari devitalizzati, raccontano vite stilizzate, tutto è privo di ogni complessità umana, rivolto a uno spettatore distratto che cambia spesso canale, ma in fondo accondiscendente, un bambino invecchiato col telecomando saldato alla mano e un sedere incastonato al divano, un abbonato a soglia critica molto bassa, anestetizzato da decenni di prodotto Raimediaset.

Molti atleti hanno detto che fare una cosa su Mennea e sul nostro sport era oggettivamente molto difficile, e che al di là del risultato il tentativo andava fatto e il coraggio premiato. Balle. Avere coraggio vuol dire prendersi la responsabilità di fare una buona fiction, in questo caso non è coraggio, trattasi di arroganza, ma è vero che quando la storia da rappresentare è incredibile, proprio quando è interessante, paradossalmente lavorarci sopra è più difficile. Attualmente su Sky va in onda un serial italiano su un terreno ancora più insidioso: 1992 racconta il nostro Paese da Tangentopoli in poi, e non è affatto facile stupire, aggiungere materiale quando la cronaca sembra così incredibile e allucinata, 1992 non è un capolavoro assoluto, ma ci sono idee, intuizioni a volte anche troppo “furbe”, comunque sembra rivolto a un pubblico davvero adulto.

Alcuni anni fa su Fox Italia andò in onda un serial oggi di culto, Boris era ambientato sul set di una serie televisiva che non decollava mai, tra registi di mestiere, attori con quattro faccette di repertorio, attrici raccomandate, maestranze impigrite, era una perfetta metafora del nostro paese. Era impossibile fare un prodotto televisivo decente perché il nostro paese non era “pronto” a qualcosa di decente, nessuno si poteva permettere la qualità perché la qualità non era richiesta dai topolini seduti a casa. Le luci del girato non dovevano essere più curate di quelle della pubblicità, ma molto simili, così che a casa nemmeno distinguessero un cambio di scena e spesso di linguaggio.

Prenderlo per mano e far crescere quello spettatore, traghettarlo da consumatore a cittadino consapevole, era uno sforzo inutile e forse controproducente. È lo è ancora per Rai Uno.

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