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Nike Oregon Project: vi ricordate di Mary Cain?

Francesca Grana
Di: Francesca Grana
A 17 anni si qualificò per la finale dei 1.500 m ai Mondiali di Mosca. Era il 2013 e Mary Cain era appena diventata la più giovane atleta di sempre a conquistarsi un posto in un team a stelle e strisce in una rassegna iridata di atletica leggera.

Mary Cain era anche la mezzofondista americana più veloce di tutti i tempi nella sua fascia d’età. Nel 2013 siglò il record del mondo Under18 nel miglio indoor (4’28”25), nel 2014 il record del mondo Under20 nei 1.000 (2’35”80) m indoor e mancò di un solo centesimo quello del miglio indoor Under20 (4’24”11). Una di quelle predestinate che immaginiamo capaci di vincere un’Olimpiade.

Nel 2014, sotto la guida tecnica di Alberto Salazar dal 2012 – vincitore della maratona di New York e chiacchieratissimo head coach del recentemente chiuso Nike Oregon Project – vinse i 3.000 m ai Mondiali Juniores (Under20) di Eugene (Oregon, USA).

 

L’articolo

Poi qualcosa ha iniziato a sgretolarsi. E la sua caduta è stata tanto spettacolare quanto lo era stata la sua ascesa.
Convivendo con restrizioni alimentari e frustrazioni, continuare ad allenarsi con uno dei migliori gruppi al mondo rischiava di costarle l’osteoporosi, se non addirittura l’infertilità. Nel periodo in cui si è allenata con Salazar non ha avuto il ciclo per 3 anni ed è stata fermata da 5 fratture.
Da concreta speranza olimpica a pensieri suicidi, si legge in un articolo pubblicato oggi sul New York Times a firma di Lindsay Crouse.
Invece che diventare un’atleta simbolo del potenziale illimitato delle ragazze nello sport, Mary Cain è diventata un’altra di quelle meteore infrante contro la cultura del vincere a tutti i costi. E nessuno si chiede più che fine abbiano fatto, prosegue la Crouse.

 

Il video

«Ero la ragazza più veloce d’America, finché non sono entrata nel Nike Oregon Project» – le parole di Mary Cain sono anche il filo conduttore del video “Equal Play”, una serie della sezione Opinion del New York Times dedicata ad atlete che hanno il coraggio di far sentire la propria voce.
«A 16 anni ricevetti una chiamata da Alberto e, appena finite le superiori, mi trasferii al quartier generale di Nike per allenarmi con lui. Per me, era un sogno diventato realtà» racconta la ragazza.
«Volevo diventare la più forte al mondo. Invece, mi sono sentita maltrattata da un punto di vista emotivo e fisico da un sistema disegnato da Alberto e supportato da Nike».
«Tutto lo staff, interamente maschile, sembrava convinto del fatto che per migliorare dovessi diventare più magra. E più magra. E poi ancora più magra».
«Arrivai al punto che le gare le avevo già perse sulla linea di partenza. E avevo smesso di sognare le Olimpiadi, cercavo solo di sopravvivere».

 

I precedenti

Anche Kara Goucher, maratoneta olimpica che ha fatto parte del team di lavoro di Salazar fino al 2011, ha dichiarato di aver vissuto esperienze simili, come essere pesata davanti ai propri compagni di squadra o essere costretta ad alimentarsi di nascosto con barrette energetiche, a fronte di pasti troppo scarsi imposti dallo staff del Nike Oregon Project.
«Quando entri in un progetto come il NOP, tutti ti ricordano in continuazione quanto tu sia fortunata a poterne far parte, al punto che inizi a chiederti seriamente cosa ne sarebbe mai di te, se ne uscissi» racconta la Goucher.
«Quando qualcuno ti propone di fare cose che non vorresti, come perdere peso o il doping, magari inizi a pensare che il costo di fare il professionista sia quello. La carriera di uno sportivo è talmente breve che non vuoi avere rimpianti. E sei disperato. Vuoi capitalizzare la tua carriera, ma non sei sicuro di quale sia il prezzo» prosegue la maratoneta.

 

Ragazzini prodigio

«Gli Stati uniti adorano le storie di ragazzini prodigio e le industrie sono subito pronte a sfruttarne la storia, specialmente se si tratta di femmine» aggiunge Lauren Fleshman, ex mezzofondista sotto contratto con Nike fino al 2012.
«Quando ti trovi di fronte a questo tipo di ragazzine, che oltre a essere talentuose sono anche brave a seguire gli ordini sino al punto di eccellere, il sistema è ben felice di prendersele. E abusarne» conclude la Fleshman.

 

Quali standard?

Buona parte del problema è che le donne e le ragazze sono costrette a raggiungere degli standard atletici basati su canoni maschili. Ma se costringi una ragazza a rispettare i tempi di crescita maschili, il risultato è un probabile punto di rottura. Che è esattamente quello è successo a Mary Cain.
Non si sente parlare spesso di queste vittime del sistema. È più facile spostare l’attenzione sulle nuove stelline, dimenticandosi di chi brillava soltanto qualche stagione fa. Veneriamo gli atleti emergenti, ma non li proteggiamo. E se falliscono, li abbandoniamo – prosegue Lindsay Crouse sulle pagine del New York Times.


Mary Cain oggi ha 23 anni. Da tempo è tornata nella sua città natale, New York, dove frequenta la Fordham University. Corre ancora a Central Park e, se avete fortuna di trovarvi là una domenica mattina, magari vi capiterà pure di incontrarla, trainata a un ritmo sostenuto da un gruppetto di ragazzi.
Mary Cain infatti non corre e basta, si allena proprio: due volte al giorno, sotto la guida di John Henwood. La sua storia non è ancora finita. Sembra, anzi, essersi appena aperto un nuovo capitolo.