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Catherine Bertone

Medici-runner: il Coronavirus visto da Catherine Bertone

Foto: Francesca Grana
Di: Daniele Menarini
Azzurra di maratona, fenomeno di longevità, ma anche medico pediatra in servizio all’ospedale d’Aosta. Con Catherine Bertone abbiamo parlato dell’epidemia di Covid-19: «I bambini rischiano meno degli adulti», «Dobbiamo trovare il modo di correre perché soprattutto ora abbiamo bisogno di generare endorfine». Ecco l’intervista.

La preoccupazione per l’emergenza contagio da Coronavirus porta ognuno di noi a cercare confronto e possibilmente conforto coi medici che conosciamo. Meglio se il medico è anche runner e quindi può capire il disagio specifico degli appassionati in questo periodo.

Il più famoso medico-runner è probabilmente Catherine Bertone, azzurra di maratona, fenomeno di longevità, ma anche pediatra in servizio all’ospedale di Aosta, nel dipartimento che comprende il pronto soccorso pediatrico, la sala parto, il reparto per le degenze…

«… attualmente vuoto – dichiara la dottoressa maratoneta, entrando nel tema del Coronavirus-. In queste ultime due settimane abbiamo ricoverato a titolo precauzionale solo due piccoli pazienti: uno è stato dimesso dopo poche ore, l’altro il giorno dopo.» 

Parole che sembrano confermare quanto già detto da altri pediatri: chiuse le scuole, a casa i bambini non si ammalano. 

«Di suo un bambino ha un sistema immunitario più efficace del nostro, un sistema in qualche modo vergine, che si predispone a dialogare con l’esterno per crescere con gli anticorpi. Soprattutto se si ragiona delle caratteristiche del Covid-19, un bambino potrà senz’altro subire la febbre, che è una condizione frequente nell’infanzia, ma non l’insufficienza respiratoria. Il suo non è un polmone di un fumatore o di un ultracinquantenne, è molto più integro dei nostri. Poi, va precisato che c’è ancora poca letteratura sul rapporto tra i piccoli e il virus. Ci stiamo massacrando di ricerche, ma c’è poco. Per il nostro dipartimento è normale lavorare a pieno regime da ottobre a marzo per gli effetti delle malattie infettive, dalla scarlattina alle diverse forme influenzali, ma tra i problemi che ci troviamo a trattare ci sono abitualmente tonsillite, gastroenterite, più difficilmente complicazioni polmonari, quelle appartengono a noi adulti.»

Dal suo punto di osservazione come appare l’emergenza che ha bloccato l’Italia? 

«Qui da noi si vive una situazione un po’ surreale: la quiete prima e non dopo la tempesta. Il picco qui è atteso tra una decina di giorni. La “valle” (Valle d’Aosta, ndr) è piccola e la progressione dell’infezione è più lenta, più spalmata nel tempo rispetto alle grandi città. L’ospedale si sta predisponendo. Ci sono reparti che sono stati chiusi e i cui medici andranno a dare supporto all’emergenza. Noi, per ora, continuiamo col nostro lavoro.»

Quando si è resa conto della gravità del virus? 

A metà febbraio, proprio nei giorni in cui ero a Verona per il campionato italiano di mezza maratona, ascoltando i racconti di alcune concorrenti cui la corsa andò poi male per i problemi fisici che avevano dovuto affrontare nelle due settimane precedenti, con sintomi e disagi simili a quelli indicati per riconoscere il Coronavirus. La loro storia mi ha suggerito questa riflessione: un corpo di 30 anni, allenato, non stressato da elementi tossici, può probabilmente sopportare l’attacco del virus “in piedi”, cioè senza essere costretto a letto o addirittura al ricovero. La domanda è: quanti sono in queste condizioni?» 

… la cosiddetta cifra-ombra…

«… che è probabile sia consistente. Conoscerla aiuterebbe a far calare quel dato del 3% della mortalità, che è molto alto ma è dovuto proprio al fatto che si considera come “totale” un numero di infetti “ufficiale”, mentre è probabile, secondo me abbastanza sicuro, che il vero totale degli infetti sia molto maggiore e quindi la percentuale di coloro che non ce la fanno e che purtroppo muoiono sia molto minore. Se un virus si espande così tanto è perché la sua mortalità è bassa, e quindi molte persone sono in grado di “portarlo in giro”. Un contro-esempio drammatico: l’Ebola si trasmette poco, perché di solito quando colpisce lascia quattro-cinque giorni di vita, nel corso dei quali la mobilità dell’infetto è praticamente annullata. 

Il medico – top runner cosa può dire ai runner non “top” e nemmeno medici?

«Che fanno bene a cercare ogni modo legale possibile per correre. Per noi qui in valle è più facile, coi boschi sotto casa. Nelle grandi città è più difficile. In questa condizione, l’obiettivo-base di tutti è produrre endorfine, perché la combinata sedentarietà-televisione, con tutta l’informazione continua sul Coronavirus, può aumentare ansia e depressione. Attività sportive come la corsa andrebbero considerate parte del diritto alla salute e come tale praticate anche adesso, seppur nel rispetto delle norme di sicurezza sanitaria.»

Catherine Bertone, quale “atleta di interesse”, però, può continuare ad allenarsi…

«Sì, anche se la regola del correre da soli vale anche per noi. Io vado ad allenarmi portando con me la dichiarazione della mia presidente di società, Lyana Ottoz.»

Allenamenti che resero famosa la pista ciclabile su cui preparò la maratona dei Giochi di Rio 2016, con gli anziani sulle panchine a fare il tifo…

«No, purtroppo quella ciclabile è stata chiusa. Gli allenamenti lunghi adesso li faccio correndo sulla statale: un tratto di 4 km, prima in un senso, poi nell’altro. In questa settimana ho corso così un lungo di 30 km (sorride).»

… a bordo strada, con le macchine che sfrecciano?

«Sì, ma per fortuna in questo periodo sono poche. La polizia mi ha incrociato un paio di volte, ma non mi ha fermato.»

Cosa insegnerà questo periodo a chi corre?

«Nostro malgrado stiamo imparando a vivere alla giornata, che è un po’ il contrario di ciò che amiamo fare: fissare una gara-obiettivo, programmare l’allenamento, lavorare duro con quell’appuntamento come motivazione. La vita di adesso assomiglia un po’ a una corsa di cui non conosciamo la lunghezza. In questi giorni pensavo proprio a questo: adesso che mi hanno spostato in autunno tutte le grandi maratone, in occasione delle quale avrei potuto tentare di conquistare un posto in squadra per Tokyo, per che cosa mi alleno? E le Olimpiadi, poi, le faranno? Mi sono sentita un po’ svuotata e ho cercato di guardarmi dentro, lì dove ancora abita questa grande passione per la corsa. È un disagio che condivido con la più grande delle mie due figlie, Corinne, che ha 13 anni e in questo fine settimana avrebbe potuto partecipare ai campionati italiani di sci di fondo, dopo aver conquistato l’ammissione: “Adesso, mamma, metto via la convocazione – mi ha detto -, così poi non ci penso più.»

Un ultimo appello?

«Alle mamme e ai papà rivolgo una supplica: proteggete i vostri figli dalla TV, state con loro mentre seguono le notizie. Il nostro pronto soccorso pediatrico ha dovuto trattare casi di crisi di ansia infantile. Una bambina disperata perché “la mamma doveva morire di Coronavirus”, mamma che stava e sta benissimo, un’altra che in lacrime mi ha detto “Dottoressa dimmi che non ho il virus della TV”. Mai come in questo periodo ho benedetto la scelta fatta con mio marito Gabriele al momento di diventare genitori: mai un televisore in casa.»

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