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Maggio 2.0 Staffette contro la mafia

24 Aprile, 2014

Correre. È quello che abbiamo cercato di fare da bambini appena imparato a stare saldi sulle gambe. E di corsa vanno i tanti ragazzi e giovani che ogni anno, nei terreni confiscati alle mafie, partecipano alle “staffette” di Libera la Natura. È un modo per festeggiare la rinascita di territori a lungo paralizzati dalla paura e dalla rassegnazione, territori che si sono rimessi in piedi. Ma il correre mi evoca anche altre immagini. Quella di Abebe Bikila, ad esempio, il grande campione etiope che stupì tutti vincendo la maratona all’Olimpiade di Roma, nel 1960, a piedi nudi. Bikila fu il primo dei grandi corridori africani, abituati sin da piccoli a una vita di corsa, magari per raggiungere ogni mattina la scuola al di là dell’altopiano. E ancora oggi, quando mi capita di vedere un fondista di quelle terre: che meraviglia la naturalezza di quella corsa leggera, armoniosa, apparentemente senza sforzo! Altra immagine emozionante: un atleta e il suo accompagnatore che corrono appaiati, tenuti solo da una cordicella legata ai polsi, in un miracolo d’intesa capace di trasformare lo svantaggio fisico in un “di più” di etica e di vita. La competizione è bella quando è onesta e pulita, ma le corse per persone non vedenti ci invitano a non dimenticare che nella vita si corre e si vince insieme, e che, più importanti delle individualità, sono i legami che le nutrono. Ma correre mi fa pensare anche ad amici come Gabriella, Lucilla, Fabio… Per loro la corsa è importante. Serve, mi dicono, per svuotarsi, per rimettere in ordine i pensieri e farsene venire di nuovi, per entrare in contatto con la parte più profonda di sé e per sentirsi vivi. E siccome credo nel “noi”, potrei dire che quella di Libera e del Gruppo Abele è stata e continua a essere una grande e tenace corsa, dove a volte ci si trova affiancati; altre, come nelle staffette, chiamati ciascuno a fare la propria parte, sapendo che alla fine dello sforzo ci sarà sempre una mano amica pronta a raccogliere il “testimone” dell’impegno.

Don Luigi Ciotti