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L'atletica piange Carlo Monti

07 Aprile, 2016

Per chi ama l’atletica, oggi è un giorno triste. Non c’è il sole, il cielo è plumbeo. Se n’è andato a 96 anni Carlo Monti, compiuti lo scorso marzo. Ha lasciato un vuoto, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, di apprezzarlo, di collaborare con lui, in primis come uomo tutto di un pezzo, con la schiena dritta, non aduso ai compromessi di qualsiasi genere.

Oggi tutti lo ricordano come grande velocista. Certamente lo è stato, visto che è l’ultimo atleta vivente che poteva vantarsi di avere vinto una medaglia olimpica nella velocità pura (100/200 e 4×100). Avvenne nel 1948 a Londra le prime Olimpiadi dopo la seconda guerra mondiale, ma lui era già stato sul podio dei grandi a Oslo nel 1946 nei 100, bronzo, dopo un viaggio interminabile durato tre giorni. Non so quante volte scrisse quell’episodio, ma rileggerlo, ancora oggi fa capire cosa significava l’atletica 70 anni fa.

Di Carletto, mi piace ricordare il suo modo di vivere, sempre allegro, pronto alla battuta e il suo amore per il nostro sport. Ci siamo visti in mille luoghi, dove c’era un campo di atletica, lui era presente, dove c’era una gara di cross, lui non mancava, dove c’era una maratona pure, anche se amava scherzosamente affermare che l’atletica finiva dopo 200 metri.

Penso abbia scritto su quasi tutti i quotidiani in almeno settanta anni di giornalismo, se non di più, poiché già da atleta collaborava con qualche giornale dell’epoca. Ha vissuto tantissimi anni in seno alla Snia, celeberrima società di atletica, vivendo fianco a fianco a Franco Sar che certamente oggi, soffrirà più di tanti altri la sua dipartita.

Penso di averlo conosciuto all’inizio degli anni Settanta, il suo modo di comportarsi da vero signore è stato un po’ il suo marchio di fabbrica, tramandato al figlio Fabio che per lunga pezza è stato il giornalista di punta de Il Corriere della Sera. Carletto amava scherzare, in tribuna stampa ci si accorgeva della sua presenza, allegra, gioviale e perché no dissacrante, celebre la sua battuta: “le solite 20 righe” in dialetto meneghino.

Carlo Monti segue a distanza di anni Dante Merlo e Gianni Brera, altri monumenti del giornalismo lombardo al quale molti di noi ci siamo abbeverati.