Infortuni: dieci errori da evitare

Giancarlo Colombo
Di: Luca De Ponti

Troppo spesso il runner si lascia condizionare dal sentito dire e dalla fretta nel riprendere l’attività dopo essere stato vittima
di infortunio. Ecco dieci degli errori commessi più di frequente, riportati nelle pagine del volume 100 consigli per correre meglio (Edizioni Correre), uscito nel 2010.

1. L’AUTODIAGNOSI

È il più frequente, soprattutto se a essa segue una terapia improvvisata. Non è sempre facile inquadrare il problema.
Pensiamo, ad esempio, al ginocchio: un dolore nella stessa sede anatomica potrebbe segnalare un guaio riguardante le strutture legamentose, quelle meniscali o quelle cartilaginee, che richiederebbero terapie del tutto diverse tra loro. Benissimo quindi leggere e informarsi, ma è meglio che sia un professionista a decidere il da farsi.

2. CORRIAMOCI SOPRA

Nel tempo si affina una sensibilità che permette di capire la differenza tra piccoli fastidi da sovraccarico, spesso passeggeri, e infiammazioni vere e proprie. Bisogna poi stabilire quando la corsa possa costituire un esercizio defaticante piuttosto che un elemento in più per alimentare l’infiammazione.
Di solito il parametro che si utilizza per giudicare in merito riguarda i primi chilometri; se dopo circa 10-15 minuti i fastidi tendono a passare vuol dire che è stato sufficiente il riscaldamento per rimettere in moto l’organismo; se, invece, a causa della corsa iniziale i dolori aumentano, in genere il segnale non è confortante: meglio sospendere l’allenamento per qualche giorno e ripartire più avanti.

3. LA TERAPIA DI GRIDO

Le cure fisiche hanno precise basi scientifiche e non possono essere adottate seguendo la moda, secondo cui gli ultimi ritrovati sono sempre i più efficienti. Ricordiamo, inoltre, che le terapie possono collaborare solo in parte con i normali processi fisiologici che portano alla guarigione: interferire con i tempi della natura e con la risposta infiammatoria comporta, alla fine, una guarigione più lenta.
Anche un abuso dell’utilizzo del ghiaccio, dopo le prime 48 ore, non è giustificato.

4. SARANNO LE SCARPE

Sono l’imputato numero 1. Sempre e solo loro. È certamente vero che capita spesso di avere problemi di adattamento al cambio delle calzature, ma è semplicistico metterle in continuazione sotto processo. Diamo alla calzatura le sue responsabilità, ma non investiamola di poteri taumaturgici.

5. IL PASSO PIÙ LUNGO DELLA GAMBA

La guarigione si conquista passo dopo passo, mai dall’oggi al domani e ogni ripresa dell’attività va gestita senza esagerare, creando le premesse per un adattamento graduale al carico. Il modo di programmare l’allenamento è particolarmente importante in questi casi, anche se è opportuno ascoltare il proprio corpo ed essere disponibili a modificare con una certa elasticità i piani della ripresa.

6. I CONSIGLI DEL COMPAGNO

Il compagno di corsa, soprattutto se è runner da tanti anni, ha grande esperienza di tabelle, ritmi gara e infortuni, o meglio dei suoi infortuni, che non sono sempre uguali a quelli degli altri.
Da questa considerazione nasce la convinzione che i suoi suggerimenti potrebbero non essere molto validi, perché quando si entra in campo medico il discorso si fa delicato. Quindi, forse, è meglio chiedere impressioni sui professionisti che ha frequentato e non sulle terapie eseguite e sulla loro efficacia.

7. NON HO MAI AVUTO PROBLEMI

È un altro dei pensieri ricorrenti nella mente di chi si è infortunato.
Se in cinque anni di corsa non c’è stato alcun segnale infiammatorio perché ora, improvvisamente, si presenta un guaio che non concede tregua? La risposta più semplice è quella che dice che il tempo passa, che le strutture che lavorano sono sempre le stesse (con un minimo di ricambio biologico) e che pertanto può esserci un’usura dei tessuti.

8. UN ANTINFIAMMATORIO E VIA

Gli antinfiammatori possono essere utili, occasionalmente, per contenere situazioni eccessive o particolarmente dolorose, ma non dobbiamo dimenticare che la guarigione passa per forza attraverso i processi infiammatori e che quindi screditare questi ultimi non è saggio. Affrettare i tempi di recupero abusando di farmaci può, anzi, essere motivo di ricadute, con conseguenze negative in relazione allo stesso infortunio.

9. UNA SETTIMANA DI RIPOSO

Il periodo di stop in relazione al tipo di patologia o infiammazione dovrebbe essere stabilito dal medico, ma non è sempre così. Uno degli atteggiamenti più frequenti è quello di provare ad ascoltare le reazioni del corpo. Questo succede soprattutto quando il problema viene avvertito solo durante la corsa: in questi casi non è opportuno insistere più di tanto, tenendo conto che la riaccensione della sintomatologia dolorosa può manifestarsi a freddo, una volta ultimato l’esercizio. In generale possiamo affermare che, se l’ordine di grandezza per riprendersi dopo infortuni di carattere muscolare è di settimane, per quelli di tipo tendineo si parla di mesi e che, quindi, può essere pericoloso abbreviare i tempi.

10. BASTA RIPRENDERE PIANO

Non è sempre la soluzione migliore. È certamente vero che un’andatura lenta può servire come verifica ed eventuale lasciapassare per i ritmi più elevati, ma alla ripresa è più importante correre bene piuttosto che piano. Per bene intendo una corsa molto controllata e tecnica (con un migliore utilizzo della muscolatura), anche a costo di un maggiore dispendio energetico. Di solito il ritmo lento può concedere qualcosa in più alla distanza, che inevitabilmente si allunga, mentre ritengo migliore una strategia con un ritmo non troppo lento, eventualmente intervallato ogni cinque minuti da soste in cui eseguire esercizi di allungamento muscolare.

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