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I soliti ignoti: ovvero i personaggi che incrociamo di corsa

Di: Maria Comotti

Non vivo e corro in una piccola città e sono piuttosto ondivaga anche negli orari in cui esco a fare allenamento, eppure ci sono dei punti fermi che mi danno sicurezza, sempre. Sono quei runner che non conosco “di pirsona
pirsonalmente” (come direbbe l’agente Catarella del Commissario Montalbano) ma che incontro puntualmente nel parco dove faccio allunghi, andature di corsa e lavori di potenziamento vari e che mi fanno sentire quasi a casa, come se ogni cosa fosse al suo posto.

Quando esco molto presto c’è “il Cuoco”, ad esempio, un signore abbastanza
rotondo che cammina, cammina e cammina. Lo incontro all’inizio dell’uscita e lui sta già macinando chilometri, posso fare uno, due o dieci giri del parco e lui è ancora lì a camminare. Di buon passo. Ben coperto. Con i suoi ciuffi bianchi e un atteggiamento che da subito mi ha fatto pensare a uno chef. Mani sulla pancia e sguardo assorto, secondo me a immaginare qualche piatto o la spesa che farà appena rientrato.

Se non c’è lui, allora incontro di certo “il Chirurgo”: molto anziano, piccolino, con delle mani affusolatissime che mi hanno colpito da subito, nonostante i pugni chiusi a seguire il ritmo dei suoi passi. Nel mio immaginario, dopo aver operato migliaia di persone, adesso è in pensione e sta cercando di rilassarsi: per questo non si ferma mai. Appena dopo è l’orario del “Gemellino”.
Minuto, capelli ricci e scuri, muscolatura affusolata, ha un passo pazzesco e mi sembra che faccia sempre ripetute, da una vita. Ha un giacchino antivento da corsa uguale a quello di mio marito, comprato alla maratona di Berlino di almeno dieci anni fa: penso che siano solo loro due a portarlo ancora, ecco perché l’ho battezzato così.

Se sposto ancora di un po’ l’inizio dell’allenamento, so che ci sarà lui, “il Gigante Buono”. È un ragazzo pieno di muscoli, non so nemmeno come faccia a portarseli in giro tutti. Sempre scoperto, anche con il freddo più freddo, ha una strana andatura e un paio di occhiali a specchio che nascondono qualsiasi emozione ed espressione. A pensarci bene, chissà se ha uno sguardo davvero buono.

Con loro non ci si scambia convenevoli, anche se io cerco spesso di incrociarne lo sguardo perché, come dicevo, li sento un po’ parte della mia famiglia della corsa. Però tutti i saluti che risparmio con loro, li uso, anzi li usavo perché purtroppo non la vedo più, con “la Signora Ciao Ciao”. È orientale, trotterellava come me, e tutte le volte che ci incrociavamo mi sorrideva e faceva grandi cenni col capo. Ma proprio tuttetutte le volte. Quindi, se ci incrociavamo in otto punti del percorso, otto rituali. Perché io, ovviamente, ricambiavo. Mi ha sempre fatto allegria, ma poi a un certo punto
è scomparsa. Peccato. Se la vedete, nelle vostre corse, ditele che la saluto. Innescherete un incastro di gentilezze che vi cambierà in meglio la giornata.