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Gennaio. Toglieteci tutto ma non la nostra corsa

23 Dicembre, 2013

Mi fa piacere vedere sempre più podisti (di jogger non ne vedo più da tempo) correre e credo che una buona parte di questi neppure si allena, nel senso che non accumula chilometri con l’intento di migliorare la condizione di forma per partecipare a competizioni. Tanti mi confessano che corrono per il piacere che ne deriva e per quell’attraente soddisfazione di faticare. Qualcuno forse si prepara una tantum in vista di determinati appuntamenti, anche maratone, perché questa distanza è vista come un’occasione per vivere una particolare esperienza e non come il mero appuntamento sportivo che intendiamo noi, podisti tradizionali. Che la corsa sia un’attività che determina una sorta di dipendenza l’abbiamo provato tutti, vivendo quel senso di disagio e di colpa intima quando non abbiamo potuto, per qualche motivo, andare a correre. Di storie ne ho sentite tante, diverse, ma riconducibili al motto di un’incisiva pubblicità: siamo disposti a rinunciare a tutto (o meglio a tanto), ma non a fare a meno di correre. Ron Hill, maratoneta inglese degli anni ’70 (medaglia d’oro agli Europei del 1969), ha riferito che da quando ha iniziato a correre, lo ha sempre fatto, tutti i giorni. Non è mai trascorso un solo giorno senza calzare le scarpe da corsa, fosse anche per percorrere un solo miglio. Un signore mi ha riferito (documento scritto a mano), che una volta ha corso per tre ore nel salotto di casa, attorno al tavolo. Percorreva 6 metri a giro a un passo di poco superiore a 7 minuti al chilometro. E io ho visto un maratoneta continuare a correre per 45’ (aveva già iniziato la seduta da 25’), in attesa che si esaurisse un forte temporale, dentro gli spogliatoi delle squadre di calcio (Asiago, 1979). E quando il clima non è favorevole ci si ingegna: una mattina di marzo di qualche anno fa ho incontrato una signora che correva riparata dall’ombrello… mentre io la pioggia me la stavo prendevo tutta. Chissà chi era il più strano dei due! E una settimana prima di scrivere queste note, un podista marchigiano mi ha confessato che non poteva perdere gli ultimi giorni di allenamento in vista della maratona di Reggio Emilia, e siccome le strade della sua zona erano allagate (alluvione dei primi di dicembre), ha svolto due sedute correndo con gli stivali di gomma. E per finire ecco la testimonianza di un amico che, in trasferta per lavoro a Barcellona, scopre di aver infilato in borsa due scarpe sinistre, ma non rinuncia ad andare a correre sul lungomare catalano. Tolta la soletta che causava un certo impaccio nella scarpa inappropriata, ha percorso una dozzina di chilometri e altri nove il giorno seguente. Buon anno a tutti e buone corse, occasioni di inesauribili esperienze.

Orlando Pizzolato