Fare progressi nelle prestazioni

Fare progressi nelle prestazioni

Foto: Pierluigi Benini

Il successo di un piano di allenamento efficace, afferma il nostro direttore Orlando Pizzolato, sta nei miglioramenti prestazionali. Se alla fine della preparazione non si corre più veloci sulla propria distanza-obiettivo significa che quel piano non è adatto a noi. Uno dei primi punti su cui è fondamentale soffermarsi per fare progressi nelle prestazioni è quindi la necessità di eseguire con regolarità le sedute in tabella.

Se si saltano degli allenamenti

L’aspetto più difficile con cui spesso hanno a che fare gli allenatori è lo scostamento tra la proposta di allenamento e quello che l’atleta ha effettivamente svolto. Cioè, la differenza tra quanto indicato in tabella e le sessioni terminate. Spesso l’amatore affronta un carico diverso, quasi sempre inferiore. I runner più esperti quando non hanno abbastanza tempo e si pongono l’obiettivo di compiere progressi nelle prestazioni annullano le sedute con effetti allenanti bassi, concentrandosi sui lavori più stimolanti. Spesso, però, vengono saltati gli allenamenti più importanti. E quando queste sedute annullate iniziano a essere due o più si riduce l’efficacia della programmazione, che andrebbe ripensata. Progettare una sequenza di lavori ha infatti un obiettivo fisiologico e tecnico preciso. Quello che per il podista è la tabella, per l’allenatore sono la pianificazione e la ricerca di adattamenti, che devono succedersi uno dietro l’altro. Questa successione, se eseguita con regolarità, porta a correre più veloci. Se non ci sono miglioramenti, vuol dire che va cambiato qualcosa.

Miglioramenti non lineari

Per un runner è facile valutare i propri adattamenti fisiologici, perché l’efficienza di una seduta è migliore rispetto alla precedente. Tali adattamenti non sono però così lineari e automatici. Tutti i podisti sanno che ci sono giornate in cui l’adattamento tecnico è positivo e altre in cui si fa più fatica. I progressi nelle prestazioni sembrano così solo parziali, tanto che la sensazione a fine seduta non è così buona e il corridore si trova con dei dubbi.

Mettersi alla prova con tranquillità

L’ideale sarebbe quello di svolgere delle sedute di controllo alla fine di un microciclo di scarico. La preparazione di un podista dovrebbe evolversi su cicli di 2-3 settimane, seguiti da un breve periodo di rigenerazione. Questo controllo andrebbe effettuato dopo alcune sessioni a basso livello di affaticamento. Meglio non chiamarlo test, per motivi psicologici. Questa seduta deve semplicemente evidenziare dei cambiamenti fisiologici particolari, come un crono migliore e/o la capacità di durare di più. I podisti in genere si affidano al riscontro cronometrico per affermare di andare più forte. È però importante dire che si possono fare progressi nelle prestazioni anche senza correre più veloci e senza coprire più chilometri.

Per avere più tempo

In assenza di adattamenti adeguati sarebbe necessario fare un passo indietro, per favorire la propria crescita tecnica e fisiologica. Per molti però questo non è quasi mai possibile. Una soluzione potrebbe essere quella di prevedere un allungamento della fase di preparazione. Si dice che una gara di 10 km necessiti di circa 6 settimane di allenamento specifico. Sono invece 8 quelle necessarie per preparare una mezza e indicativamente 12 per una maratona. Si tratta ovviamente solo di indicazioni, correlate al livello di forma fisica del singolo atleta. Meglio quindi procedere sempre con del margine nel progettare gli allenamenti, aggiungendo qualche settimana alla tabella. Il tutto per agire con calma.

Sintesi dell’articolo a firma del direttore di Correre Orlando Pizzolato “Alla ricerca degli adattamenti perfetti” pubblicato sul numero di ottobre 2020.

Leggi anche: I test da campo

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