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Dicembre. La solitudine (non è solo) del maratoneta

24 Novembre, 2013

Poi, prendo solenne impegno di non molestare più il romanzo di Alan Sillitoe, con distorsioni per titoli e titoletti, ma di solitudine e di maratoneti, e anche di non maratoneti, qui si parla. E comincio dai top runner dei 42,195 km. Le prove di Andrea Lalli, a Venezia, e di Daniele Meucci, a New York (qui trovate l’analisi di Giorgio Rondelli) hanno riacceso le conversazioni circa i perché della carenza di protagonisti azzurri di livello mondiale. Sul tema ho trovato pertinente l’osservazione di Orlando Pizzolato su Correre di novembre: gli italiani di vertice hanno perso l’abitudine di allenarsi insieme, situazione che genera stimoli che si ripercuotono in positivo sulla qualità dell’allenamento e quindi del rendimento in gara. È questo il segreto della rinascita statunitense a opera soprattutto di Alberto Salazar, che ha portato corridori bianchi sul podio del mezzofondo olimpico e ai piani alti del ranking mondiale dei 42,195 km. Lo stesso principio su cui è impostato il lavoro di Claudio Berardelli a Eldoret, dove i giovani talenti del Kenya si misurano quotidianamente con i missili che vediamo in azione nei più importanti appuntamenti del mondo. Su un piano completamente diverso, un analogo problema mi pare affligga l’immenso popolo della corsa, pieno di runner solitari. Li vedo passare per la strada, blindati dagli auricolari e separati dalla realtà grazie alla musica, e mi assale l’impressione che, più che allenarsi, stiano solo portando a spasso la propria solitudine, come si fa con il cane, o stiano cercando di ritrovarla per ristorarsi un po’ da una solitudine ancora più pesante, la solitudine del rumore prodotto dagli Altri. Credo sia un peccato, oltre che un segno dei tempi, e ve lo sta scrivendo proprio uno che il più delle volte corre da solo, ma che in questi ultimi due anni ha avuto la fortuna di ritrovare un amico del liceo diventato nel frattempo, oltre che un chirurgo ortopedico, anche un appassionato runner. Quando va bene ci alleneremo insieme un paio di sabati o domeniche al mese, ma il beneficio è nel dialogo, oltre che nella corsa. Perché anche tutti noi runner fortunati, che possiamo concederci il lusso di correre senza dover vincere, possiamo beneficiare dello stimolo degli altri, per migliorare in un colpo solo due qualità: quella dell’allenamento e quella della vita. Il significato (e il successo) del nostro progetto Running motivator si spiega anche così. Quando mi arrivano i messaggi con gli appuntamenti di San Zeno di Cassola, la Scuola di corsa di Enrico Vivian, che top runner lo è stato sul serio, non so perché, ma tiro un sospiro di sollievo: c’è ancora chi corre in gruppo, penso.