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Diario Mondiale 4 – 3.000 m, Mary Cain show. “She’s huge!”

26 Luglio, 2014

Finale diretta dei 3.000 m femminili. Il solito monologo africano annunciato, direte voi. A due giri dalla fine in testa alla gara ci sono ancora sei atlete: si tallonano, si studiano, si spingono. Passaggi ai 1.000 e ai 2.000 m in 3’03” e 6’07”. Ogni volta che il gruppo passa sotto le tribune, i decibel aumentano, tra le percussioni africane e gli applausi per l’idolo locale. 600 m al traguardo e la situazione è ancora tutta da sbrogliare. La tensione aumenta e il pubblico inizia a temere una fiammata africana, come quella che ieri ha cambiato il volto ai 10.000 m maschili.

Il fotografo statunitense seduto al mio fianco comincia a vacillare, pensa ad alta voce, cerca sostegno tra i colleghi: “Doesn’t she have a sharp final? C’mon Mary, you used to compete in 1.500…” E poi, all’improvviso, le sue preghiere vengono esaudite. Le preghiere di tutto lo stadio. Ai 200 m dall’arrivo Mary Cain prende la testa della gara, e lo fa dimostrandosi già atleta di esperienza: si infila all’interno, trova il varco giusto, senza sprechi di metri e di energia. 150 m, il vantaggio aumenta, si scava un buco tra lei e le due keniane che la inseguono. 100 m, la prospettiva frontale mi inganna, soprattutto guardando la gara dal mirino. 50, 30, 10 m… finalmente un braccio alzato, un’esultanza appena accennata. Mary Cain ha vinto i Mondiali. “Look man, she’s huuuuuuge!”, festeggia quel fotografo. Enorme, sì. E Mary Cain lo è in più accezioni. Enorme perché è solida, svetta tra le africane più minute. Enorme perché la scorsa estate, a 17 anni e ancora nella categoria Allievi (!), si guadagnò un posto in finale ai Campionati mondiali di Mosca, quelli dei grandi. Detiene il record mondiale dei 1.000 m indoor (2’35”80) e ha primati personali di 1’59”51 negli 800 m, 4’04”62 sui 1.500 m, 8’58”48 nei 3.000 m e 15’45”46 nei 5.000 m. A 18 anni sarebbe la capolista stagionale su tutte queste distanze, in Italia. Non male, eh? Ha appena finito le scuole superiori (!) e da New York si trasferirà a Portland, dove sarà più vicina ai corsi della Oregon University e, soprattutto, dove di potrà allenare in pianta stabile col Nike Oregon Project guidato da Alberto Salazar. The best is yet to come, insomma.